TFR su Fondo Pensione o in Azienda? Consigli sulla Destinazione del Trattamento di Fine Rapporto

Hai firmato finalmente il tuo contratto di lavoro dopo anni di attesa e ti si pone davanti il primo problema da posto fisso: conviene versare il TFR sul fondo pensione o lasciarlo in azienda?

Se ti trovi in una situazione di questo tipo allaccia le cinture perché sei nel posto giusto: nelle prossime righe ti spiegherò in maniera facile facile tutto quello che c’è da sapere sulla destinazione del TFR.

Vediamo insieme come fare la scelta al meglio analizzando i pro ed i contro della nostra decisione.

Alcune regole di base sulla destinazione del TFR

Cominciamo dalle basi: ogni dipendente privato, una volta assunto, ha sei mesi di tempo per decidere se lasciare il TFR in azienda oppure se devolverlo al fondo pensione.

Alcune categorie hanno dei fondi chiusi riservati (si pensi al fondo Cometa dei metalmeccanici) mentre altre non ce l’hanno: di conseguenza i lavoratori, in questo caso, possono accedere ad un fondo aperto oppure ad un PIP (leggi qui: Cosa sono i PIP).

Alcune regole generali che distinguono le due scelte.

Se decidi di lasciare il TFR in azienda hai diritto alla rivalutazione annuale del capitale dello 0,75% del tasso d’inflazione Istat + l’1,5% fisso.

La previdenza integrativa ha, dal canto suo, alcuni vantaggi di natura fiscale che ti riassumo in breve:

  • puoi dedurre fino a 5.164 euro dal reddito (per le somme oltre il TFR): ciò vuol dire, per parlare in maniera chiara, che il denaro versato (qui parliamo del contributo annuo al di fuori del TFR) si può sottrarre dal reddito in sede di dichiarazione. Esempio: un lavoratore con un imponibile di 15 mila euro, se versa 1000 euro annui di previdenza complementare si vedrà calcolate le imposte su 14 mila euro (15 mila – 1000 euro). La deduzione, se mastichi poco il fisco, conviene di più della detrazione di cui spesso si sente parlare: la prima, appunto, riduce il reddito a cui applicare il prelievo fiscale mentre la seconda si toglie alle imposte da pagare, cioè alla quota di Irpef dovuta in ragione del reddito stesso;
  • aliquota agevolata in sede di erogazione del TFR destinato alla previdenza complementare: la ritenuta in questo caso è del 15% e, dopo il 15esimo anno di versamento, scende dello 0,3% per ogni anno eccedente (16, 17, 18, e così via per capirsi) fino ad un massimo del 6%. A titolo di esempio: un lavoratore che ha versato per 30 anni si vede applicata una ritenuta del 9% in luogo del 15% di base che è già un’agevolazione. Questo perché, di contro, se si lascia il TFR in azienda, al momento dell’erogazione, ci si vede imporre la tassazione ordinaria IRPEF che, nell’aliquota minima, è pari al 23%. Sapete sicuramente benissimo che se avete un reddito più elevato le aliquote aumentano;
  • tassazione ridotta sui rendimenti: le rendite finanziarie, come è noto, sono tassate. Il fisco non butta via mai niente, lo sappiamo benissimo. Dal 2015 la tassazione sui rendimenti è salita dall’11% al 20%: molti si sono incavolati ma, in realtà, si tratta pur sempre di un’aliquota agevolata in qualche modo rispetto, per esempio, a quella che riguarda i conti deposito.


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La scelta per la destinazione del TFR è molto importante

Tutto lascerebbe pensare che conviene destinare il TFR alla previdenza complementare anche perché il Legislatore sembra aver fatto di tutto per favorire questa decisione.

In parte non è sbagliato se si considera che, in caso di difficoltà economica dell’azienda, i crediti per i trattamenti da fine rapporto rischierebbero di svanire, sebbene godano di diversi privilegi in sede di fallimento.

Continuando a ragionare in chiave ideale, dunque, un fondo pensione che per legge deve garantire il capitale appare sicuramente più solvibile di un’impresa e, di questi tempi, è una cosa non da poco soprattutto se consideriamo che il tessuto economico italiano è composto da PMI di dimensioni generalmente piccole.

Però…c’è sempre un però.

Quando ci parlano dei fondi pensione ci mostrano sempre i rendimenti in percentuale: rendimenti che, molto spesso, sono decisamente superiori rispetto a quelli che per legge deve garantire la rivalutazione del TFR in azienda.

Destinare il proprio TFR ad una gestione apparentemente più remunerativa, però, presenta una serie di criticità che ti elenco:

  • Minore disponibilità della somma: se lasci l’azienda dove lavori (cosa tutt’altro che improbabile vista la flessibilità attuale) ottieni subito il tuo TFR e puoi disporne come meglio credi. Se, invece, lo destini ad un fondo pensione è molto più difficile avere i tuoi soldi subito (per approfondire, leggi l’articolo generale sulla previdenza complementare in cui ti spiego questo tema);
  • Maggiore complessità dell’operazione: scegliere un fondo pensione non è come giocare a carte o scegliere il gelato, siamo pur sempre di fronte ad un prodotto di natura finanziaria che non è affatto semplice da comprendere. Devi considerare parecchie variabili come costi, esposizione al rischio e redditività. Se hai voglia di farlo, su questo portale trovi pane per i tuoi denti. Se non hai voglia di sbatterti, ti consiglio di non dedicarti a cose troppo complicate (anche se, per il tuo bene, quando si tratta di soldi conviene sempre sbattersi);
  • Minore controllo sui propri investimenti: i fondi pensione fanno parte della categoria del risparmio gestito nella quale si annidano, spesso, diversi problemi di trasparenza e redditività. Ne parlo apertamente nel mio video corso gratuito “Investi con Buon Senso” in cui ti spiego tutto per bene in oltre 72 minuti di contenuti esclusivi.

Allora cosa conviene fare?

Voglio essere molto chiaro con te: se pensi che esistano soluzioni semplici e veloci ai problemi finanziari chiudi questa pagina.

Là fuori è pieno di siti da quattro soldi gestiti da persone che non hanno nemmeno il coraggio di metterci la faccia che ti vendono porcherie di ogni tipo per farti schiantare i soldi.

Scegliere come investire i soldi è tutt’altro che elementare, se fino ad oggi non te ne sei mai occupato ti consiglio di guardare il mio video corso gratuito “Investi con Buon Senso” in cui cerco di darti un’infarinatura.

In breve, cerco di riassumere i pro ed i contro di entrambe le soluzioni senza avere la pretesa di risolvere per sempre il tuo problema visto che la finanza personale è tale perché ad ogni individuo corrispondono determinate esigenze e necessità.

Previdenza Complementare

Pro

  • Il capitale è tenuto a parte rispetto alla cassa del datore di lavoro;
  • Maggiori possibilità di guadagnare nel lungo periodo grazie all’accesso ai mercati finanziari;
  • Deduzione fiscale fino a 5.164€ per i versamenti ulteriori (oltre il TFR);
  • Agevolazione fiscale sulla prestazione pensionistica futura (15% che scende dello 0,3% ogni anno fino ad un minimo del 9%).

Contro

  • Oscillazioni sui mercati che possono far diminuire il valore dei versamenti;
  • Dipende tutto dalla scelta dei mercati su cui investire;
  • Complessità maggiore.

TFR in Azienda

Pro

  • Minore complessità;
  • Garanzia di rivalutazione prevista dalla legge (1,5% annuo + 75% dell’inflazione ISTAT);
  • Puoi avere i soldi al termine del rapporto di lavoro (spesso ma non sempre, dipende dal contratto).

Contro

  • Minore rivalutazione;
  • I soldi sono “in mano all’azienda”.

Opinioni di Affari Miei

A questo punto credo di poter dire liberamente quello che penso io perché ti ho fornito tutti gli strumenti necessari per riflettere in autonomia.

Io, in generale, ritengo che investire pensando al futuro sia una necessità di tutti e che dobbiamo farlo assumendoci le nostre responsabilità, senza delegare ad altri (Stato, aziende, banche, assicurazioni, promotori) scelte che riguardano noi.

Fare questo ha un “costo” in termini di tempo ed impegno: se non hai voglia di sbatterti, come ti ho già detto finora, io posso farci poco.

Se, invece, hai voglia di capire qualcosa in più sei nel posto giusto.

Per investire con consapevolezza serve una strategia di lungo periodo che parta dalle basi dell’organizzazione delle nostre finanze.

Devi capire fin da subito, se stai iniziando ad interessarti ora, che gli investimenti non sono “pezzi” che vanno a compartimenti stagni: oggi pensi al fondo pensione, domani al conto deposito, poi agli investimenti in borsa.

Investire è un processo di decisioni e azioni che si protrae nel tempo e che inquadra le singole scelte in un contesto che predeterminiamo noi attraverso la pianificazione.

A mio parere è riduttivo chiedersi cosa fare del TFR soltanto ma bisogna domandarsi quanto denaro vogliamo risparmiare e investire da qui a 30 anni, quanti soldi vogliamo avere in futuro, che opportunità vogliamo dare ai nostri figli (se ne abbiamo).

Dobbiamo farlo noi perché non siamo più nel tempo dello Stato assistenzialista e, nel bene e nel male, è sempre e solo colpa nostra (o merito nostro).

Ciò detto, dunque, mi serve per introdurti ad una serie di articoli che ho scritto per te e che possono guidarti se ti stai approcciando ora agli investimenti:

Puoi, inoltre, approfondire il tema della previdenza nella sezione specifica di Affari Miei.

Ti auguro un buon proseguimento di navigazione e spero di riaverti presto sul blog.


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Ho creato un breve questionario con cui ti aiuto a capire che tipo di investitore sei. Al termine, ti guiderò verso i contenuti migliori selezionati in base alla tua situazione di partenza:

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mm
Wealth Hacker
Fondatore di Affarimiei.biz nel 2014. Laureato in Giurisprudenza, da sempre divoratore di libri e divulgatore sul web in campo economico e finanziario. Principali passioni: business, finanza personale e investimenti.
mm
Wealth Hacker
Fondatore di Affarimiei.biz nel 2014. Laureato in Giurisprudenza, da sempre divoratore di libri e divulgatore sul web in campo economico e finanziario. Principali passioni: business, finanza personale e investimenti.

2 COMMENTI

  1. Se vuoi aggiungere ancora un’altro punto: ci sono delle aziende che accettano di versare qualcosa (tipo 3% del reddito lordo) quando il lavoratore accetta di versare un importo oltre al TFR (tipo 2% del reddito lordo). Questo tipo di beneficio è un Pro importante per la Previdenza Complementare (anche perché dell’importo versato dal lavoratore c’è la deduzione fiscale).

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