Gli ETF NON durano per sempre: Ecco Cosa Devi Sapere prima di Investire
Gli ETF su cui stai investendo adesso, quelli su cui hai costruito il tuo piano finanziario, tra vent’anni potrebbero semplicemente non esistere più.
E credimi, non sto scherzando: sono molto serio.
Siamo abituati a ragionare su investimenti che dovrebbero accompagnarci per dieci, venti o trent’anni. Ma molti degli strumenti che oggi consideriamo normali hanno una storia molto più breve di quanto immaginiamo.
La domanda da farsi, quindi, non è soltanto: «Il mio ETF potrebbe sparire?». È una cosa che può succedere.
La domanda giusta è: se succede, che cosa perdo davvero? E quali sono i rischi?
Per rispondere dobbiamo separare tre elementi che spesso vengono trattati come se fossero un tutt’uno: l’indice, il fondo che lo replica e il mercato sottostante.
Prendiamoci qualche minuto per capire come funzionano. Al termine, secondo me, avrai un quadro più chiaro e anche qualche paura in meno.
Indice, ETF e mercato: i tre pezzi del puzzle
Quando investiamo in un ETF che replica un indice è come se stessimo basando il nostro progetto su tre pezzi di un unico puzzle:
- L’indice, che definisce quali titoli seguire e secondo quali regole;
- Il fondo, cioè l’ETF attraverso il quale investiamo;
- Il mercato sottostante, con le aziende e i titoli a cui ci esponiamo.
Sono elementi collegati, ma non sono la stessa cosa. Ed è proprio questo il punto che spesso si fa fatica a comprendere.
Il tuo ETF può chiudere mentre l’indice continua a esistere. L’indice può essere abbandonato mentre le aziende che ne facevano parte continuano la propria attività.
Può anche succedere che sia il mercato sottostante a diventare inaccessibile agli investitori. E non sarebbe la prima volta nella storia.
Per orientarci dobbiamo affrontare separatamente queste tre possibilità.
Che cosa succede se sparisce il fornitore dell’indice?
Partiamo dall’indice. Crearne uno che segua migliaia di aziende e monitorarlo nel tempo non è un gioco da ragazzi.
Pensa che dal 1923 il calcolo del Dow Jones veniva svolto da un uomo, Arthur “Pop” Harris, che per quarant’anni aggiornò l’indice ogni ora durante le sedute di Borsa.
Lavorava sui nastri delle macchine che trasmettevano le quotazioni. Nei giorni più intensi, racconta la storia dell’indice, arrivava persino a ferirsi le mani tirandoli.
Un’intera vita dedicata a costruire e monitorare un numero che oggi siamo abituati a vedere aggiornato automaticamente sullo schermo.
Oggi i grandi fornitori, come MSCI, S&P Dow Jones Indices, FTSE Russell e Nasdaq, producono indici in quantità enormi.
Per darti un’idea, Nasdaq dichiara di mantenerne oltre 10.000 e MSCI di calcolare quotidianamente oltre 236.000 indici azionari. Non stiamo parlando di quattro o cinque modi per rappresentare la Borsa.
Qualsiasi fetta di mercato tu voglia seguire, in pratica, ha già un indice costruito e confezionato da qualcuno.
Anche dietro un investimento passivo ci sono delle scelte
Questo dovrebbe farci riflettere: il mercato che osservi attraverso un indice non è una verità assoluta, una legge della fisica.
È una rappresentazione del mercato che un’azienda costruisce e propone, un po’ come un prodotto sullo scaffale di un supermercato.
Quando compri un ETF che replica un indice pensi di fare un investimento passivo. Ed è così per il modo in cui il fondo segue il proprio riferimento. Ma questo non significa che a monte non ci siano decisioni umane.
Persino l’S&P 500, uno dei simboli dell’investimento passivo, prevede un comitato che decide la composizione dell’indice applicando la propria metodologia.
Questi indici fanno muovere miliardi, ma spesso non sappiamo nemmeno chi siano le persone che prendono determinate decisioni. E quasi nessuno si chiede che cosa succederebbe se quelle persone sbagliassero o se la società che produce l’indice venisse meno.
Nel tempo tante aziende hanno provato a entrare in questo settore. Quelle che conosciamo oggi sono quelle che hanno avuto successo e sono sopravvissute.
L’esempio della Lega Serie A
Se uno dei grandi fornitori fallisse domani, dovremmo preoccuparci?
Per indici molto seguiti, come l’S&P 500, l’MSCI World o il FTSE All-World, secondo me è ragionevole aspettarsi che ci sarebbe un forte interesse economico a garantire una continuità.
Il marchio, la metodologia e l’attività potrebbero essere acquisiti da un’altra azienda. Oppure gli operatori potrebbero cercare un riferimento alternativo con un’esposizione simile.
Non significa che qualsiasi indice possa essere copiato liberamente o che il passaggio sarebbe sempre automatico. Significa che, finché esiste una domanda così importante, esiste anche un incentivo a trovare una soluzione.
È un po’ come se sparisse la Lega Serie A, l’organizzazione che gestisce il campionato di calcio italiano.
Le squadre esisterebbero ancora. I tifosi continuerebbero a volerle vedere giocare. Il mercato, insomma, ci sarebbe ancora.
Per qualcun altro potrebbe diventare interessante organizzare un campionato simile, magari sotto un altro nome. La domanda non scompare soltanto perché viene meno chi tiene in piedi l’organizzazione.
Un ragionamento analogo si può fare per i grandi indici di Borsa: la scomparsa del fornitore non coincide con la scomparsa delle aziende rappresentate dall’indice.
Per gli indici di nicchia il discorso cambia
Abbiamo visto che gli indici sono tantissimi. Molti vengono creati anche per consentire ai produttori di lanciare un ETF e raccogliere capitali.
Ma non tutte le ciambelle vengono col buco.
Si fanno continuamente nuovi tentativi e alcuni non funzionano: il fondo non raccoglie abbastanza denaro e mantenerlo sul mercato smette di avere senso economico.
Anche in questo caso, però, la chiusura dell’indice non fa sparire automaticamente il patrimonio del fondo. Gli investimenti sottostanti continuano a esistere.
Il gestore può valutare un cambiamento dell’indice, una fusione con un altro fondo o una liquidazione, seguendo le procedure previste e informando gli investitori.
Per l’azienda, mantenere quei capitali all’interno della propria offerta può essere più interessante che restituirli. E qui arriviamo a un esempio concreto.
Un ETF può cambiare anche senza cambiare ISIN
L’Amundi MSCI Disruptive Technology è diventato Amundi Global Memory Chips, passando da un’esposizione alle tecnologie dirompenti a un indice Solactive dedicato ai chip di memoria.
Il codice ISIN è rimasto lo stesso.
Un investitore distratto, che guardasse soltanto quel codice, potrebbe non rendersi subito conto di quanto sia cambiato l’investimento.
Prima aveva scelto un fondo esposto a diverse tecnologie considerate dirompenti. Dopo il cambiamento si ritrova con un investimento concentrato su un ambito più specifico.
Perché fare una scelta del genere?
Possiamo ipotizzare che un tema più legato all’infrastruttura dell’intelligenza artificiale risulti commercialmente più interessante. È un’interpretazione, naturalmente: non possiamo conoscere le intenzioni di un’azienda soltanto osservando il nome di un prodotto.
Ma il punto generale resta: qui su Affari Miei abbiamo sempre detto che le società che creano ETF non fanno beneficenza. Perseguono uno scopo di lucro.
Ecco perché non basta comprare un fondo e ricordarsi soltanto il suo nome o il suo ISIN. Bisogna anche capire se continua a fare ciò per cui lo avevamo scelto.
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Gli ETF possono chiudere: succede più spesso di quanto pensi
Passiamo al secondo pezzo del puzzle: il fondo.
Nella prima metà del 2025, secondo ETFGI, a livello mondiale sono stati lanciati 1.308 nuovi ETF e ne sono stati chiusi 266. Soltanto negli Stati Uniti i nuovi lanci sono stati 481.
Gli ETF nascono, chiudono e vengono accorpati continuamente.
Questo aspetto si concilia poco con il racconto secondo cui investire in ETF sarebbe sempre facile, sicuro e privo di qualsiasi necessità di controllo.
Nel mercato statunitense, per esempio, gli ETF chiusi nel 2023 avevano un patrimonio medio di circa 54 milioni di dollari. A noi può sembrare una cifra enorme, ma nella gestione del risparmio servono grandi volumi per sostenere un’attività.
Negli ultimi anni, poi, si è allargata moltissimo l’offerta di ETF di nicchia, con strategie ben diverse dal semplice fondo che segue il mercato azionario mondiale.
Alcuni prodotti riescono a raccogliere capitali, altri vengono abbandonati dopo pochi anni. Il fatto che un investimento abbia un orizzonte di lungo periodo non obbliga l’emittente a mantenere per sempre ogni singolo fondo.
Vediamo allora che cosa succede concretamente se chiude proprio quello che hai in portafoglio.
Prima possibilità: la liquidazione
Con la liquidazione il fondo vende le attività che detiene e distribuisce agli investitori il denaro risultante, secondo le modalità previste.
Di norma viene comunicato un calendario. A seconda delle scadenze e dell’operatività disponibile, puoi vendere prima della chiusura oppure attendere il rimborso finale.
Attenzione: ricevi il valore che deriva dalla liquidazione, non hai la garanzia di recuperare la cifra che avevi investito.
Se nel frattempo il portafoglio ha perso valore, la chiusura non cancella quella perdita. Se invece ha guadagnato, non è detto che tu chiuda in rosso soltanto perché il fondo viene liquidato.
I problemi concreti da considerare sono soprattutto tre.
Il primo è che puoi restare fuori dal mercato per un periodo che non hai scelto tu. Mentre attendi il rimborso e organizzi il nuovo investimento, potresti perdere eventuali rialzi.
Il secondo è che devi trovare un’altra destinazione a quei soldi. Questo richiede una decisione e può comportare costi di negoziazione.
Il terzo riguarda la fiscalità: la liquidazione può anticipare la realizzazione di un guadagno e le relative imposte, oppure far emergere una perdita, con il trattamento previsto dal tuo regime fiscale.
Quindi non è necessariamente un passaggio indolore. Ma non significa nemmeno che tutti i tuoi soldi scompaiano perché l’emittente ha deciso di chiudere un prodotto.
Seconda possibilità: la fusione con un altro fondo
Con una fusione il patrimonio viene trasferito a un altro fondo, già esistente oppure creato per accorpare più prodotti. Gli investitori ricevono quote del fondo risultante secondo il rapporto di concambio previsto.
In questo caso l’esposizione agli investimenti può proseguire senza il passaggio integrale in liquidità che caratterizza una liquidazione.
Anche il trattamento fiscale va verificato in base all’operazione e alla situazione dell’investitore: non bisogna presumere che qualunque fusione abbia sempre le stesse conseguenze.
Quando Amundi ha acquisito Lyxor, per esempio, è seguito un processo di riorganizzazione dell’offerta con accorpamenti e modifiche dei prodotti. In alcune operazioni è cambiato anche il codice ISIN.
La cosa su cui fare attenzione è la composizione del fondo che ricevi: dove finiscono i tuoi soldi e in che cosa saranno investiti?
Il prodotto risultante potrebbe essere molto simile a quello precedente oppure presentare differenze importanti.
E non serve nemmeno una fusione per cambiare l’esposizione: l’esempio del passaggio dalle tecnologie dirompenti ai chip di memoria mostra che una modifica sostanziale può avvenire anche mantenendo lo stesso ISIN.
Il patrimonio del fondo è separato da quello del gestore
Il concetto da portare a casa è questo: esiste una separazione tra il patrimonio del fondo e quello della società che lo gestisce.
Il gestore non può decidere di chiudere un ETF e tenersi i soldi degli investitori. Deve seguire le procedure previste per la liquidazione o per l’eventuale accorpamento.
Anche il fallimento della società di gestione non equivale automaticamente alla perdita del patrimonio del fondo: quel patrimonio è distinto da quello della società e non serve a soddisfarne i creditori.
Questo, però, non rende il capitale immune da qualsiasi rischio. La separazione patrimoniale protegge da un problema specifico; il valore dei titoli posseduti dal fondo può comunque scendere.
Restano inoltre possibili problemi operativi, di controparte o, nei casi più gravi, frodi. Le regole, la custodia e i controlli servono proprio a ridurre e gestire questi rischi.
Possiamo quindi affrontare la questione con maggiore tranquillità, senza trasformare una tutela giuridica nella promessa che un investimento non possa mai perdere valore.
Che cosa succede se diventa inaccessibile il mercato sottostante?
Arriviamo al terzo pezzo del puzzle, che lasciamo per ultimo ma non certo per importanza.
Che cosa succede se viene meno il mercato in cui stiamo investendo?
Può sembrare un’ipotesi lontana, ma abbiamo un esempio concreto: la Russia.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, le sanzioni, le restrizioni e i problemi di negoziazione hanno reso il mercato russo sostanzialmente inaccessibile a molti investitori occidentali.
Le aziende non erano tutte fallite e il mercato non aveva smesso di esistere in senso assoluto. Ma questo non bastava a consentire agli investitori di comprare, vendere o recuperare normalmente il proprio denaro.
Nemmeno le grandi società di gestione potevano risolvere liberamente il problema. I fornitori di indici hanno escluso i titoli russi dai principali riferimenti internazionali, arrivando a utilizzare valori sostanzialmente nulli.
Per chi era concentrato su quel mercato, le conseguenze sono state pesantissime, fino alla perdita sostanziale del valore dell’investimento.
Per chi aveva una piccola esposizione alla Russia all’interno di un indice globale ampio, l’impatto sul portafoglio complessivo è stato molto più contenuto.
Non perché quella parte fosse protetta, ma perché rappresentava soltanto una quota limitata del totale.
Un ETF globale può eliminare qualsiasi rischio?
L’esempio russo ci dice che un mercato può diventare inaccessibile. E un ETF globale non è completamente immune da questo tipo di eventi.
Naturalmente conta il peso del mercato coinvolto. Gli Stati Uniti rappresentano una parte molto ampia degli indici azionari globali: se diventasse inaccessibile l’intero mercato americano, le conseguenze sarebbero enormemente diverse.
In uno scenario del genere parleremmo di una crisi di dimensioni epocali. Probabilmente i problemi andrebbero ben oltre il mio o il tuo portafoglio.
È uno scenario estremo, ma serve a capire che cosa può fare la diversificazione e dove incontra i propri limiti.
Diversificare riduce la dipendenza da una singola area. Non rende il patrimonio indistruttibile di fronte a qualsiasi evento immaginabile.
Il rischio più concreto: il mondo cambia un po’ alla volta
Il rischio su cui mi soffermerei, però, non è soltanto quello della scomparsa improvvisa di un grande mercato.
C’è un cambiamento più lento, di cui possiamo accorgerci meno proprio perché avviene un pezzo alla volta: il declino relativo di una potenza che sembrava destinata a dominare per sempre.
Ti faccio un esempio che dista poche ore d’aereo da noi: il Regno Unito.
All’inizio del Novecento il mercato britannico rappresentava circa un quarto del mercato azionario mondiale. Oggi il suo peso è molto più ridotto, nell’ordine di pochi punti percentuali.
Questo non significa che tutte le aziende britanniche siano sparite. Significa che altri mercati sono cresciuti e hanno assunto un’importanza maggiore.
Negli indici globali ponderati per capitalizzazione, questi cambiamenti si riflettono progressivamente nei pesi, secondo le regole dell’indice.
Se un mercato perde importanza relativa e altri ne acquistano, la composizione del riferimento si adatta. Non dobbiamo individuare in anticipo il paese destinato a guidare il mondo nei prossimi cinquant’anni.
È anche per questo che, secondo me, ha senso essere esposti a più aree geografiche e attribuire alla componente azionaria globale un ruolo importante all’interno di un portafoglio coerente con i propri obiettivi.
Non sappiamo se una potenza oggi protagonista rimarrà sulla cresta dell’onda per sempre. A volte bastano dieci o quindici anni per cambiare profondamente gli scenari.
Io, come investitore, sto facendo i conti con un futuro che non conosco.
Non so quale paese andrà meglio e quale peggio. La scommessa di fondo è che l’attività economica e i mercati continueranno a esistere da qualche parte, anche se protagonisti e rapporti di forza cambieranno.
Il tuo ETF esisterà ancora tra cinquant’anni?
Negli investimenti parliamo sempre di lungo periodo: dieci, venti, trent’anni.
Poi arriva una domanda molto semplice: «L’ETF che compro adesso esisterà ancora tra cinquant’anni?».
Io, onestamente, non lo so. E nessuno può saperlo davvero.
Quello che possiamo fare è capire i meccanismi che abbiamo visto, senza confondere la vita di uno strumento con quella dell’intero progetto finanziario.
Se viene meno il fornitore di un indice molto seguito, può esserci un interesse economico a proseguire quell’attività o a offrire un riferimento simile.
Se chiude il fondo, il patrimonio può essere liquidato oppure trasferito attraverso una fusione. Ci possono essere costi, conseguenze fiscali e decisioni da prendere, ma la chiusura non coincide automaticamente con l’azzeramento dell’investimento.
Se invece il problema riguarda il mercato sottostante, entrano in gioco rischi diversi. La diversificazione può contenere il danno di un’esposizione circoscritta, mentre i grandi cambiamenti dei pesi economici possono riflettersi nel tempo nella composizione degli indici.
Non mi serve che il singolo ETF sia immortale: mi serve poter adattare il mio investimento se quello strumento cambia o viene meno.
L’indistruttibilità in finanza non esiste. Esistono tutele, procedure e possibilità di adattamento che dobbiamo conoscere.
Questo permette di investire con una tranquillità più consapevole, soprattutto se facciamo le cose per bene e continuiamo a capire che cosa abbiamo in portafoglio.
Ulteriori risorse utili per approfondire
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