Lavorare GRATIS è impossibile…se tutti stanno già bene!

Come ogni anno, al primo ponte primaverile, arriva la solita polemica sui giovani che non hanno voglia di lavorare ed il protagonista è lo chef Alessandro Borghese, non nuovo a cose di questo tipo.

Ha fatto discutere la sua affermazione secondo cui “lavorare per imparare non significa per forza essere pagati”. Apriti cielo!

Ma ha ragione Borghese, e quindi i giovani sono tutti scansafatiche, o hanno ragione quelli che dicono che in realtà fanno bene a starsene a casa se il mercato del lavoro offre solo questo?

Per esperienza professionale ho a che fare con molte famiglie del ceto medio e alto ed ho studiato molto il tessuto economico italiano, quindi cerco di esprimere un ragionamento serio.

Come al solito, quando si approfondisce una vicenda, si scopre che in realtà la verità sta nel mezzo e che ci sono tante sfumature di grigio che i media ignorano.

Punto primo: l’Italia è una società signorile di massa in cui la maggior parte delle persone vive benissimo.

Usando le parole del sociologo Luca Ricolfi, possiamo semplificare e dire che la maggior parte dei giovani nasce in famiglie relativamente ricche se confrontate con le generazioni precedenti.

Mentre prima le aspettative erano basse e le abitudini di consumo erano inferiori, oggi un ragazzo anche di una famiglia “normale” può tranquillamente arrivare a 20 anni senza mai lavorare, con vitto e alloggio pagato dai genitori e con un discreto agio (casa di famiglia, casa vacanze al mare o in montagna, vestiti firmati, svago).

Questa condizione è, appunto, “signorile” perché prima i giovani non nascevano con queste aspettative di consumo e, di conseguenza, erano costretti a mettersi in discussione e fare la gavetta il prima possibile per rendere questo periodo “transitorio” rapido.

La signorilità è contemporaneamente un privilegio e un dramma per i giovani: è un privilegio perché lavorare a 16 anni è più brutto che andare in discoteca con i soldi del papà, però al tempo stesso è un dramma perché i ragazzi arrivano ad avere delle pretese economiche smisurate rispetto alle proprie capacità.

Complice un mercato del lavoro stagnante a causa della trentennale mancata crescita della produttività, oggi un 20enne si trova a valutare offerte di lavoro che non sempre sono commisurate a garantire un livello di benessere tale da giustificare lo sforzo.

Se i genitori più o meno stanno bene e non gli fanno mancare niente, perché il nostro dovrebbe sbattersi?

Meglio stare a casa di mamma e papà che, sovente, a loro volta vivono bene mixando il reddito proprio con i lasciti (soprattutto immobiliari o relazionali) della generazione precedente.

Ovviamente misurarsi con la realtà che è diversa rispetto a quella vissuta in famiglia è frustrante: se giro col giubbotto da 300€ e prendo 150€ di paghetta a settimana potrò mai lavorare otto ore al giorno per un misero rimborso spese?

Non sia mai! “Io tengo a’ 124 Spider, posso mica fare il fattorino?” si chiedeva Alfonso Caputo nel film “32 Dicembre” di Luciano De Crescenzo.

Punto secondo: i lavori non sono tutti uguali.

Qui c’è una “verità” ancora più scomoda: non tutti i lavori sono uguali, non tutti i mestieri permettono una progressione di carriera e retributiva che “giustifichi” la gavetta.

Soprattutto la ristorazione e l’ospitalità, settori importanti della nostra economia, offrono impieghi a basso valore aggiunto, con orari complicati e poche prospettive di crescita.

Mentre un medico, un avvocato o un commercialista possono, in teoria, anche arrivare a moltiplicare la prima paga, un cameriere o un bagnino ci riusciranno assai difficilmente.

Non è un caso, infatti, che le proteste si concentrino tutti nei settori a più alto tasso di sfruttamento e raramente si dia spazio alle migliaia di persone che accettano di lavorare aggratis o quasi negli studi di commercialisti, architetti o avvocati.

Persino il settore della consulenza finanziaria si sta “popolando” di gente disposta a (quasi) tutto pur di svolgere un lavoro apparentemente intellettuale e di successo: anche noi, nel nostro piccolo, riceviamo diversi curricula a settimana di persone che si offrono di lavorare quasi gratis.

La differenza enorme sta nel fatto che i settori ad alto tasso di sfruttamento sono di solito “popolati” da persone che non sguazzano nell’oro e che sono comunque numericamente più rappresentati mentre i lavori “intellettuali” tante volte sono una specie di maratona dove vince chi ha più tempo (e sostegno familiare) per aspettare il proprio turno.

Insomma, hanno un po’ ragione tutti e al tempo stesso hanno anche un po’ torto, solo che approfondire temi così importanti oggi è impopolari perché gli strilli sui social funzionano molto più di una riflessione articolata.

Chest’è…come amo dire!


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Imprenditore e Investitore - Co-fondatore di Affari Miei Società di Consulenza Finanziaria Indipendente
Ha iniziato il suo percorso nel 2014 scrivendo i primi articoli su Affari Miei. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha approfondito la sua storica passione per l'economia e la finanza conseguendo un Master Executive in Consulenza Finanziaria Indipendente.

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