BTP Valore Ottobre 2026: Perché i Consulenti Non Vogliono Farteli Comprare?

Ogni volta che si parla di BTP vengono fuori puntuali tutti i magheggi della finanza. Ci sono i consulenti che ne parlano male perché non vogliono che tu li compri, le banche che con le loro trame cercano di portare acqua al proprio mulino e tanti segreti che non ci vengono detti e che forse sarebbe il caso di conoscere.

Questo, almeno, è quello che posso riassumere dalla lettura dei commenti che abbiamo ricevuto nei giorni scorsi proprio qui su Affari Miei, parlando di BTP.

Voglio rispondere a questi commenti, cercare di capire quali siano questi presunti magheggi e perché alcune persone ci dicono che non dobbiamo investire in BTP. Non farò mancare le mie opinioni, anche quelle più severe.

Sono Davide Marciano, cofondatore di Affari Miei, e questo è un nuovo appuntamento con Fuori dai denti, la rubrica in cui commentiamo le notizie economiche e finanziarie che interessano a noi investitori in maniera semplice, accessibile e libera.

I consulenti parlano male dei BTP perché non ci guadagnano?

Partirei dallo scambio che mi ha dato anche l’idea per il titolo.

Commento di Marco

Il rischio legato alle oscillazioni di prezzo, duration, eccetera, esiste solo se non si tiene il titolo fino alla scadenza. In quanto a rischio emittente, mettiamola così: se foste impiegati di qualche ministero a Roma con contratto a tempo indeterminato, avreste realisticamente paura che lo Stato non vi paghi più lo stipendio? Immagino di no. E allora perché avere paura del BTP?

Commento di Lucia

Te la fanno venire la paura probabilmente i consulenti che non ci guadagnano niente e quindi tendono a non consigliarteli, senza contare che anche un consulente indipendente che ti consiglia BTP lo potresti fare da solo senza pagare fior fior di parcelle. Comunque non c’è rischio, quindi non c’è guadagno.

Rispondo prima a Lucia, poi torniamo a Marco.

Lucia è un po’ amica di Pipottino 53, il nostro amico immaginario che tiriamo in ballo ogni volta che arriva un commento sospettoso. Battute a parte, una cosa che dice è vera: in teoria puoi comprare gli strumenti finanziari da solo.

Sono cadute quasi tutte le barriere tecnologiche. Non da oggi: anche quando ho iniziato a interessarmi a questi temi, più di dieci anni fa, accedere ai mercati era già relativamente facile.

Il punto, quindi, non è chiedersi se un titolo puoi comprarlo anche da solo. Non ha senso pensare che un consulente debba farti acquistare qualcosa di diverso solo per giustificare la propria presenza.

Anzi, mi preoccuperei se qualcuno arrivasse a proporti qualcosa che non è direttamente accessibile sul mercato, con caratteristiche particolarmente restrittive. Per limitare i rischi, cerchiamo normalmente strumenti liquidi e accessibili: titoli di Stato, obbligazioni possibilmente investment grade, azioni per chi se la sente, ETF.

Quando invece ci propongono strumenti difficilmente accessibili, qualche domanda me la farei.

Che cosa compri quando paghi una consulenza?

Non voglio difendere un’intera categoria. Non mi è mai piaciuto ragionare così: «I consulenti sono tutti in un modo», «Gli YouTuber sono tutti in un altro».

In ogni categoria ci sono persone che lavorano bene e altre che lavorano meno bene. Dire che tutti i dipendenti pubblici sono sfaticati o che tutti gli imprenditori sono ladri significa cadere nel qualunquismo.

La domanda importante è un’altra: quando acquisti consulenza, che cosa stai comprando? L’accesso al mercato oppure una guida per investirci?

L’accesso, tutto sommato, ce l’abbiamo quasi tutti, soprattutto se sappiamo usare un minimo gli strumenti tecnologici. Qualcuno può aver bisogno anche di aiuto operativo, ma nella maggior parte dei casi il servizio riguarda altro.

Stai comprando assistenza personalizzata, la costruzione di un portafoglio adeguato alla tua situazione e un accompagnamento nell’esperienza dell’investimento.

Se non hai mai investito, se hai avuto esperienze negative, se non ti senti pronto o non hai conoscenze ed esperienza, quell’accompagnamento può rappresentare una parte importante di ciò che paghi. Questo vale in generale: non devi per forza diventare nostro cliente per capire il ragionamento.

Qualcuno può obiettare: «Io so costruirmi un’asset allocation, gestire il portafoglio e ribilanciarlo. Ho esperienza e non mi serve un supporto».

Se è davvero così, può certamente farlo da solo. Il secondo tema, però, resta: oltre a saperlo fare, te la senti?

Hai mai gestito un periodo in cui i mercati andavano male? Perché non salgono sempre, e le persone non reagiscono tutte allo stesso modo davanti alle difficoltà. C’è chi riesce a perdere soldi anche durante un ribasso che dura dieci giorni o un mese.

Non è uno scandalo farsi assistere. E non penso che dietro ogni avvertimento sui BTP ci sia un complotto di consulenti terrorizzati dall’idea che tu possa comprarli in autonomia.

Se compri soltanto BTP, non stai facendo quel lavoro di costruzione e diversificazione del portafoglio di cui parlo sempre. Se vuoi far crescere il capitale, non puoi limitarti a pensare che una collezione di obbligazioni risolva automaticamente tutte le tue esigenze.

Se consideri equivalenti il comprare qualche BTP e l’avere un portafoglio costruito sulle tue necessità, forse non hai ancora chiaro di cosa hai bisogno. Quello che pensi di risparmiare potrebbe costarti caro in termini di cattiva gestione o mancata rivalutazione.

È la stessa logica che vale negli altri ambiti della vita. Se mi si rompe il lavandino, probabilmente trovo le istruzioni online, un video su YouTube o una procedura con l’intelligenza artificiale. Ma se non ho esperienza, manualità o voglia di farlo, preferisco pagare qualcun altro.

Succede continuamente. A volte sembra che soltanto quando si tratta di gestire i propri soldi debba essere uno scandalo.

Tenere i BTP fino alla scadenza elimina ogni rischio?

Torniamo al commento di Marco. Sul primo punto sono d’accordo: se porti davvero un titolo fino alla scadenza, le oscillazioni di prezzo durante il percorso contano relativamente rispetto al rimborso previsto.

Infatti, parlando del BTP Valore, ho detto che non è adatto a chi ha un orizzonte inferiore ai suoi cinque anni: se quei soldi ti servono prima, rischi di dover vendere in un momento sfavorevole.

Diverso è il paragone con il dipendente di un ministero che non teme per il proprio stipendio. Quello, secondo me, è proprio un esempio di eccessiva concentrazione.

Se lavori per lo Stato italiano, il tuo reddito dipende già direttamente dallo Stato. In presenza di difficoltà economiche e finanziarie, non puoi dare per scontato che tutto continui esattamente come prima: gli stipendi possono non aumentare e la spesa pubblica può essere sottoposta a tagli.

La risposta «Non è mai successo, è sempre andata bene» non basta. Abbiamo un debito pubblico molto elevato, uno Stato che sostiene pensioni, sanità, sussidi e trasferimenti e una popolazione invecchiata che richiede risorse.

Non sto dicendo che domani ci sarà una crisi del debito. Sto dicendo che non possiamo escluderla soltanto perché non ci piace pensarci.

Se fossi un dipendente statale, mi farei questa domanda: se il mio reddito dipende già dallo Stato italiano, ha senso prestargli anche tutti i miei risparmi?

È questo il rischio di concentrazione. Il commento di Marco mi ha dato un assist per spiegarlo, ma il ragionamento vale anche in altri casi.

Vale per l’imprenditore che lavora grazie alle commesse pubbliche, per chi ha un bar davanti a un ministero, per chi possiede immobili affittati a persone il cui reddito dipende dall’economia italiana.

Ci sono diversi livelli di dipendenza dallo stesso sistema economico. Io questo aspetto non lo sottovaluterei.

Parlarne non significa portare iella o augurarsi il peggio. Significa gestire il rischio. Quando dobbiamo occuparci dei soldi, preferisco fare questo piuttosto che vivere di speranza. Come si dice al mio paese: chi vive di speranza muore disperato.


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I titoli “cassaforte” sono in perdita: la Borsa è un casinò?

Commento di Mario Ferrillo

Interessante, sì, pure i titoli di Stato e non solo quelli dell’Italia sono pericolosi. Anni addietro, per esempio, ho messo in portafoglio titoli europei da tutti ritenuti titoli cassaforte. Vedere adesso come sono ridotti. Sempre più spesso penso che il mondo borsistico si avvicini al gioco d’azzardo con le banche che fanno da casinò. È difficile, se non impossibile, prevedere il domani.

Secondo me è il classico commento di una persona che, magari in buona fede, non ha capito cosa ha comprato e cerca una spiegazione attraverso una semplificazione pericolosa soprattutto per sé stessa.

Mario non ci dà i dettagli, quindi posso fare soltanto delle ipotesi. Potrebbe aver comprato titoli di Stato europei, fondi o ETF obbligazionari. Se si è affidato a una banca, mi viene da pensare soprattutto a fondi obbligazionari, magari acquistati prima del 2022.

A un certo punto la BCE ha alzato i tassi d’interesse. Chi, per ottenere un minimo di rendimento in più, si era spostato su scadenze lunghe ha visto scendere anche molto il valore del proprio investimento. È successo, per esempio, con il BTP Matusalemme.

La solidità dell’emittente e il prezzo del titolo sono due questioni diverse

Quei titoli forse erano stati definiti una cassaforte perché si riteneva che l’emittente avrebbe restituito i soldi a scadenza. Ma la prospettiva del rimborso non impedisce al prezzo di oscillare prima della scadenza.

Il BTP Matusalemme scade nel 2072. Il problema è che, su scadenze così lunghe, il prezzo sul mercato secondario può scendere molto. Se vuoi disfarti del titolo prima, realizzi una perdita. Nel frattempo vedi l’investimento in rosso e continui a ricevere una cedola che può essere bassa rispetto a quelle offerte dalle nuove emissioni.

Questo non dimostra che la Borsa sia un casinò. Può darsi che chi ti ha venduto lo strumento non ti abbia spiegato bene come funzionava. Può darsi che tu non abbia capito o che abbia chiesto qualcosa senza conoscerne le conseguenze.

L’ho detto tante volte: non dobbiamo imparare un minimo di finanza soltanto per gestire tutto da soli. Dobbiamo capire quello che compriamo anche per evitare di farci fregare.

Se nel 2020 o nel 2021 entravi in banca dicendo «Non voglio rischiare niente, ma voglio una cedola», per cercare rendimento si finiva per guardare anche a obbligazioni con scadenze lunghe o a fondi che le compravano.

Strumenti di quel tipo hanno subito perdite anche del 30-40% e possono impiegare molto tempo a recuperare.

Il problema nasce anche dalle domande sbagliate. Chi aveva davanti una richiesta incompatibile con le condizioni del mercato avrebbe dovuto spiegare la situazione, anche a costo di dire qualcosa che il cliente non voleva sentire. Oppure poteva limitarsi ad assecondarlo.

Anche qui, al mio paese si dice che a un certo punto si attacca l’asino dove vuole il padrone. Ma se non capisci cosa hai comprato, chiamare tutto «gioco d’azzardo» non ti aiuta a risolvere il problema.


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Meglio comprare BTP e aspettare che scoppi la bolla azionaria?

Commento di Marco Maresca

Resta il fatto che investire adesso sull’azionario ti espone al fortissimo e probabilissimo rischio bolla internazionale, poi per recuperare o pareggiare potrebbero non bastare 10 anni come è già accaduto nel 2008. Quindi per ora meglio BTP a media breve scadenza. Dopo l’eventuale esplosione della bolla andare anche su ETF azionari a largo spettro. Grazie per i tuoi video divulgativi, sempre improntati ad empatica e cortese professionalità.

È un ragionamento che sulla carta funziona, ma secondo me ha poche possibilità di funzionare nella pratica.

La prima domanda è: di quanto deve scendere il mercato prima che tu decida di comprare? Del 15%, del 20%, del 30%, del 50%?

Bisognerebbe stabilirlo e poi riuscire a capire quando la discesa è arrivata al punto giusto.

C’è un secondo problema: se prima di scendere del 20% il mercato sale del 40%, che cosa hai ottenuto? Potresti restare ad aspettare per anni e vedere poi una correzione che parte da livelli molto più alti, mentre nel frattempo ti sei perso i rendimenti.

Quando arriva il crollo, compri davvero?

Il tema più importante, però, è psicologico. Torniamo alla differenza tra teoria ed esperienza dell’investimento.

Quando il mercato crolla, compri davvero oppure no?

Se non hai mai vissuto una crisi, sappi che il contesto informativo è molto diverso da quello che trovi quando le cose vanno bene. Nei periodi positivi leggi di titoli che crescono, di risultati e, al massimo, di qualcuno che avverte del rischio di una bolla.

Quando tutto va male, il clima cambia. Anche i media generalisti cominciano a occuparsi di Borsa: miliardi bruciati, perdite record, interviste a economisti che spiegano quanto sia grave la situazione e quali rischi ci aspettino.

Non ti ritrovi davanti a un cartello con scritto «Compra adesso, è il momento giusto». Ti ritrovi in un ambiente molto cupo.

Una delle esperienze che ricordo meglio è il 2020. Durante il primo lockdown ero al telefono con il mio amico Gabriele Del Mese. Si discuteva del futuro del mondo, di come avremmo vissuto le relazioni, di quante persone sarebbero morte. Purtroppo in quei giorni contavamo i morti.

Io avevo della liquidità da investire e il ragionamento fu più o meno questo: «Questi soldi dovevo investirli comunque. Qui si parla di fine del mondo: se il mondo finisce, non saranno questi soldi a salvarmi».

E li investii. Ma il contesto era quello: persone preoccupate per la salute dei propri genitori, amici con familiari a rischio, grande incertezza.

Pensiamo anche al 2008 e all’immagine dei dipendenti di Lehman Brothers che uscivano dagli uffici con le scatole contenenti le proprie cose. Durante una crisi le notizie sono drammatiche.

Lo stesso vale per una crisi del debito. I media cominciano a parlare di tagli agli stipendi pubblici, pensioni, sanità e aumento delle tasse. Quando arrivò il governo Monti, si discuteva ogni giorno di quanto tagliare e di chi avrebbe pagato il conto. I servizi televisivi mostravano le persone licenziate nelle zone industriali.

È in quel contesto che dovresti investire. Sai farlo? Te la senti? L’hai già fatto?

Se la risposta è sì, probabilmente non hai bisogno che sia io a spiegartelo. Se invece stai ragionando soltanto in teoria, tieni presente che quando arriverà quel momento dovrai affrontare anche queste difficoltà. E magari ti ricorderai di questo discorso.

Le banche infilano titoli tossici nei fondi comuni?

Commento di Bepino Pedron

I titoli di Stato sono rendimenti certi. Dei magheggi che fanno le banche mi fido poco. Credo che i titoli tossici di Lehman Brothers siano ancora in giro e che ogni tanto ce ne infilano qualcuno nei fondi comuni. È questa l’impressione che ho avuto vedendo gli alti e bassi dei titoli.

Anche questo, secondo me, è un commento qualunquista, magari scritto in buona fede, che mescola cose diverse.

Per cominciare, nel video osservavo che le azioni bancarie hanno vissuto anni molto favorevoli dopo il 2022. Quindi il semplice richiamo ai «titoli delle banche» non spiega perché un determinato investimento sia andato male.

Bisognerebbe vedere cosa ha davvero in portafoglio Bepino. Come per Mario, mi viene da ipotizzare la presenza di obbligazioni emesse prima del 2022, con scadenze lunghe, oppure di fondi obbligazionari. Ma senza conoscere gli strumenti resta soltanto un’ipotesi.

Anche gli «alti e bassi» vanno misurati. Sono tipici del mercato azionario, ma una persona con questo tipo di timori potrebbe avere investito soprattutto in obbligazioni e ritrovarsi a fare i conti con acquisti fatti in un momento sfavorevole.

Il riferimento a Lehman non basta a spiegare la situazione. Il fatto che un portafoglio oscilli non dimostra che qualcuno ci abbia nascosto dentro dei titoli tossici.

Se ci fosse qualcosa di nascosto destinato a esplodere, non lo identificheresti semplicemente osservando le normali oscillazioni. Nel caso di Lehman, il problema emerse con la crisi; dopo sono cambiate anche le regole, proprio per cercare di evitare il ripetersi di situazioni simili.

Il prossimo grande evento inatteso potrebbe arrivare da un’altra direzione. Ma se oggi il tuo portafoglio va male, partirei da domande più concrete: come è stato costruito, che cosa contiene, quando hai comprato e quanto sono efficienti gli strumenti?

Potresti avere un portafoglio fatto male o costruito a caso. Prima di immaginare un magheggio, cercherei di capire quello.

Il premio fedeltà dei BTP Valore è soltanto marketing?

Commento di Benjamin

Il premio fedeltà è pura fuffa e marketing, ragazzi. Se uno investe 100.000 euro, e una cifra simile la investe forse uno su 100 di chi sottoscrive BTP, con i precedenti BTP Valore riceve 700 euro finali di premio fedeltà. Di che parliamo? Per la maggior parte dei sottoscrittori con tagli medi da 5-20.000, che sono la stragrande maggioranza, parliamo di mancette finali dai 70 ai 150 euro. Nessuno al mondo sottoscrive un BTP o un investimento che sia per avere 100-150 euro di premietto tra 5 anni.

Sono parzialmente d’accordo. Se per marketing intendiamo qualcosa che cerca di convincerti a compiere un’azione, il ragionamento ha un senso.

Ma il premio fedeltà, quando c’è, è una parte del rendimento complessivo. Va considerato insieme al resto per capire se il gioco vale la candela.

Più che un invito a sottoscrivere, io lo vedo come un incentivo a mantenere il titolo. Dopo due o tre anni, un investitore potrebbe avere voglia di vendere; se gli manca poco per ricevere il premio, può pensare che valga la pena aspettare.

Nel video ipotizzo che l’assenza del premio in questa emissione possa essere una sorta di test del MEF: vedere come risponde il pubblico con e senza premio. È un’interpretazione, non una certezza sulle intenzioni del Ministero.

Vedremo la raccolta e le condizioni delle emissioni successive. Il punto, però, resta guardare il rendimento nell’insieme, senza fermarsi alla parola «premio» o alla singola cifra finale.


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Investire a 70 anni: conta soltanto l’età dei genitori?

Commento di Elena B.

Nuova iscritta, piacevolmente colpita dalla semplicità di esposizione, ottima per chi ha bisogno di capire tutto dall’inizio. Dovendo aiutare i miei genitori che hanno mediamente 70 anni e che mi hanno chiesto di non investire oltre la loro speranza di vita, ho pensato a questo BTP per dare loro relativa tranquillità emotiva, oltre che alla soddisfazione di vedere l’accredito delle cedole, o magari di dividere tra questo e un ETF monetario. Magari mi cerco un video dedicato a chi deve fare investimenti da anziano, poi c’è già in programma di farlo. Grazie in ogni caso.

Abbiamo già dedicato diversi contenuti a come investire a settant’anni. Qui, però, vorrei fare una riflessione un po’ più profonda.

Ci sono situazioni nelle quali non puoi fare altro che assecondare i tuoi genitori, perché parlare di soldi è impossibile. Lo capisco: i miei sono più giovani e su molti temi economici e finanziari ho smesso di discutere con loro da anni. Nessuno è profeta in patria.

In altri casi, però, parlarsi può avere molto senso. Io e Maria lo abbiamo visto tante volte, anche lavorando con i clienti: in famiglia il denaro è spesso un tabù, e questa difficoltà di dialogo può pesare sulle scelte.

La cedola serve oppure dà soltanto soddisfazione?

Se i tuoi genitori hanno bisogno delle cedole per integrare le entrate, nulla da dire. Ma se hanno una buona pensione, poche spese e magari riescono perfino ad aiutarti economicamente, potrebbe essere che di quelle cedole non abbiano bisogno.

Investire soltanto per la soddisfazione di vedere un accredito non è un criterio sufficiente. Quando mia nipote Ambra mi chiede il dinosauro per giocare, glielo do volentieri: sono felice di farla contenta. Ma tra adulti, se c’è la possibilità di dialogare, dobbiamo chiederci a cosa servano davvero quei soldi.

Se i genitori vogliono spenderli, è assolutamente legittimo. Se li conservano per eventuali necessità di salute, anche questo è un bisogno da considerare.

Ma se quel patrimonio non servirà a loro e viene investito per lasciarlo ai figli, il ragionamento cambia: l’orizzonte da considerare può essere quello di chi riceverà e utilizzerà il capitale.

Più i genitori invecchiano, più la loro aspettativa di vita si restringe. Ma questo non significa automaticamente che tutto il patrimonio debba essere investito su scadenze sempre più brevi, se la sua destinazione effettiva è un’altra.

Auguro loro di vivere ancora tantissimi anni. Proprio per questo, se quei soldi non serviranno per molto tempo, può essere un peccato investirli in maniera eccessivamente conservativa soltanto perché sulla carta appartengono a persone anziane.

Lo ripeto: esistono famiglie nelle quali parlare di soldi è impossibile. Ma ci sono anche situazioni in cui confrontarsi può valere davvero molto, perché aiuta a ragionare sul reale orizzonte e sui destinatari dei frutti dell’investimento.

Dire sempre di sì non significa aiutare

Questo è un ragionamento meno scontato rispetto alla regola secondo cui la propensione al rischio dovrebbe cambiare automaticamente con l’età. Non dico che l’età non conti: dico che dipende dalla situazione.

Chi crea contenuti può avere interesse a dirti ciò che vuoi sentirti dire: così metti un like, ti iscrivi e continui a guardare. Anche chi vuole soltanto raccogliere masse può essere tentato di assecondarti, purché alla fine gli affidi i soldi.

Se qualcuno vuole aiutarti, però, deve anche dirti cose che mettono in discussione il tuo punto di partenza.

Negli anni abbiamo visto persone cambiare prospettiva proprio così: «Sto investendo per chi verrà dopo, per i figli o per i nipoti». In questi casi il legame automatico tra età anagrafica e orizzonte dell’intero patrimonio rischia di diventare una scorciatoia che non descrive le reali esigenze.

Se compro un BTP a prezzo stracciato, chi paga la differenza?

Commento di Moica Cicchetti

È tutta speculazione perché l’inflazione è aumentata per colpa del rincaro dei carburanti, ma abbassare così i BTP è una situazione insostenibile, anche perché dove il governo troverà i soldi per pagare la gente che compra il BTP a prezzi stracciati? Sono preoccupata, questi sono tutti pazzi.

Qui bisogna distinguere due situazioni.

Nel collocamento di cui parliamo, il BTP Valore viene emesso alla pari: significa che lo compri a 100, non a un prezzo stracciato.

Se invece acquisti sul mercato un vecchio BTP che ha perso valore, magari perché emesso prima del rialzo dei tassi, lo stai comprando da un altro investitore.

Lo Stato non incassa il prezzo che tu paghi sul mercato secondario. Alla scadenza deve rimborsare il valore nominale previsto a chi detiene il titolo in quel momento.

Che lo abbia Davide oppure Moica, il meccanismo è lo stesso. Se uno dei due lo ha comprato a un prezzo molto basso, questo non crea per lo Stato un rimborso aggiuntivo. Il prezzo più basso riguarda lo scambio tra chi compra e chi vende.

Se il precedente proprietario lo aveva acquistato a 100 e lo vende a meno, è lui a realizzare la perdita.

Pensiamo ancora al BTP Matusalemme: per lo Stato aver raccolto denaro su una scadenza così lunga pagando una cedola del 2,15% è vantaggioso rispetto a doversi finanziare oggi a tassi più alti. Il calo del prezzo sul mercato non gli impone di aumentare quella cedola.

Il vero problema è il costo del rifinanziamento del debito

La domanda importante è un’altra: come farà lo Stato a sostenere interessi più elevati se questa situazione durerà a lungo e una parte consistente del debito dovrà essere rifinanziata?

Per anni abbiamo vissuto nell’epoca del «whatever it takes». Ricorderai l’impegno di Mario Draghi, alla guida della BCE, a fare quanto necessario per salvaguardare l’euro. Tra tassi bassi e interventi della banca centrale, gli Stati hanno potuto prendere in prestito denaro a condizioni molto favorevoli, anche su scadenze medio-lunghe.

Il BTP 2072, con la sua cedola del 2,15% su un orizzonte originario di circa cinquant’anni, è un esempio di quelle condizioni.

Non tutti i prestiti contratti in quegli anni sono già stati rimborsati. Quando arrivano a scadenza, lo Stato deve restituire i soldi e, se deve raccoglierne altri, si finanzia alle condizioni del momento.

Un decennale emesso nel 2016, per esempio, arriva a scadenza nel 2026. Se il nuovo debito costa più di quello che sostituisce, aumenta la spesa per interessi.

Se il rifinanziamento avviene per anni a tassi più alti, il conto degli interessi può crescere anche senza un aumento del capitale da rifinanziare.

Se ogni anno lo Stato deve trovare altri miliardi e non vuole o non riesce a ridurre altre spese, la situazione diventa più difficile. Questo è il rischio Paese sul quale mi concentrerei.

Personalmente lo considero meno rilevante su una durata di cinque anni rispetto a scadenze molto più lunghe. Non significa che comprerò questo BTP: ho altre ragioni per non farlo. Significa che, quando guardiamo a titoli molto lunghi che offrono rendimenti più alti, non possiamo trascurare il rischio dell’emittente.

È su questi aspetti che dobbiamo ragionare quando investiamo, andando oltre i sospetti generici sui magheggi e cercando di capire come funzionano davvero gli strumenti che abbiamo davanti.

Fammi sapere nei commenti se questo appuntamento con Fuori dai denti ti è piaciuto e quali altri temi vorresti approfondire.

Ulteriori risorse utili per approfondire

Prima di salutarci vorrei proporti la lettura di qualche articolo che potrebbe interessarti, circa le modalità per investire oggi:

Buona lettura.


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Imprenditore e Investitore - Co-fondatore di Affari Miei
Ha fondato Affari Miei nel 2014. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha approfondito la sua storica passione per l'economia e la finanza conseguendo un Master Executive in Consulenza Finanziaria Indipendente. É autore dei libri "Vivere di Rendita - Raggiungi l'Obiettivo con il Metodo RGGI" (2019) e "Investimenti Sicuri - Come Proteggere il Tuo Patrimonio e Vivere di Rendita" (2023).

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