Rendimento BTP Supera il 5%: Ciao Ciao Azionario?
Questo articolo è la trascrizione, leggermente adattata alla lettura, del primo episodio di Fuori dai denti, la mia rubrica video in cui discuto senza filtri di attualità economico-finanziaria. Il video è stato pubblicato il 16 settembre 2026: prezzi e rendimenti citati si riferiscono al momento della registrazione. Puoi guardarlo qui sopra oppure leggere il ragionamento completo.
Il rendimento dei BTP ha superato il 5% e, per molti investitori, questa è una notizia decisamente interessante.
Ho deciso di parlarne perché qualche giorno prima avevo letto un post su Facebook molto commentato. Riprendeva un ragionamento che ho trovato anche nei commenti arrivati su Affari Miei e, più in generale, in giro su internet: investire in BTP può essere interessante rispetto al mercato azionario, perché permetterebbe di bloccare un rendimento significativo con un rischio contenuto o, in qualche modo, prevedibile.
Questa non è la mia opinione: è la tesi che voglio discutere insieme a te.
Io sono Davide Marciano, cofondatore di Affari Miei. Per questo primo episodio di Fuori dai denti mi sono scritto degli appunti su un pezzo di carta: una guida molto analogica per entrare nel vivo della discussione, vedere quali aspetti sono reali, quali vengono sottovalutati e dove bisogna prestare attenzione.
Rendimento dei BTP oltre il 5%
Cominciamo dal tema del rendimento. Sui social si parla di rendimenti superiori al 5%; ho visto anche qualcuno citare il 5,5% o il 5,6%, a seconda che si guardi il netto, il lordo o altro.
Al momento della registrazione avevo davanti un elenco dei BTP disponibili, ordinati per rendimento netto. In quell’elenco trovavo:
- un BTP con scadenza a settembre 2051, con un rendimento netto indicato del 5,63%;
- il BTP con scadenza a settembre 2052, con un rendimento indicato del 5,36%;
- un BTP con scadenza nel 2045, con un rendimento indicato del 5,33%;
- sopra il 5%, anche il BTP con scadenza nel 2072, il famoso “Matusalemme”, e un BTP con scadenza nel 2050.
Da un punto di vista puramente formale, quindi, la tesi trova riscontro nell’elenco che stavo consultando: ci sono BTP per i quali viene indicato un rendimento superiore al 5%.
Questo rendimento, però, non è il rendimento cedolare che qualcuno potrebbe immaginare.
Chi è abituato a investire in BTP spesso ragiona in modo molto semplice: investo 1.000, 10.000 o 100.000 euro, a seconda delle mie disponibilità, e ricevo periodicamente una cedola.
È un meccanismo lineare da capire quando si parla di una nuova emissione collocata alla pari. Quando invece compriamo sul mercato secondario, il discorso si complica.
Cedole e rendimento sul mercato secondario
Il rendimento che leggiamo tiene conto dei flussi cedolari e della differenza tra il prezzo di acquisto e il capitale che viene restituito alla fine.
I BTP che stavo osservando avevano flussi cedolari rapportati al prezzo di acquisto che, nella maggior parte dei casi, si collocavano tra circa il 2% e il 3,5%. Erano titoli emessi in altri momenti, con condizioni diverse: in alcuni casi la cedola contrattuale era dell’1,30%, del 2,15% o del 2,45%.
Pensa al BTP Matusalemme: al momento dell’emissione prevedeva una cedola del 2,15% per un titolo con una durata di quasi cinquant’anni. Stiamo parlando di condizioni di mercato diverse da quelle osservate nel video.
Le cedole sono riferite al valore nominale. Sul mercato secondario, però, noi compriamo al prezzo al quale il titolo quota, che risente dell’andamento dei tassi di interesse.
Perché quei BTP offrivano questa possibilità di rendimento? Perché i titoli che stavo guardando si potevano acquistare a prezzi nell’ordine di 50 o 60, rispetto a un valore di rimborso di 100.
Il rendimento complessivo comprende quindi la cedola, cioè il flusso che il BTP paga, e la differenza tra quanto spendiamo per acquistare e quanto riceveremo al rimborso.
La cedola va rapportata ai soldi che investiamo. Nell’esempio del BTP con scadenza a settembre 2052, nell’elenco vedevo un flusso cedolare netto rapportato al prezzo di acquisto di circa il 3,13%, mentre il tasso cedolare contrattuale era del 2,15%.
Per arrivare al rendimento a scadenza indicato del 5,36%, però, il ragionamento presupponeva di portare il titolo fino a settembre 2052: praticamente un quarto di secolo.
A quel punto sarebbe stato rimborsato il valore nominale di 100, mentre nell’esempio il titolo si comprava intorno a 60. La differenza avrebbe contribuito alla parte restante del rendimento.
Un rendimento a scadenza del 5% è una cosa diversa da una cedola del 5% che arriva periodicamente sul conto.
Ed è proprio questa distinzione che ci porta al secondo punto: la durata.
Durata dell’investimento
Quando valutiamo un investimento non dobbiamo chiederci soltanto quanto rende. Sulla carta possiamo trovare anche investimenti che possono rendere il 15%: dobbiamo interrogarci sui rischi e, soprattutto, sul tempo.
Per quanto tempo devo restare investito per realizzare quel rendimento?
Nell’esempio del BTP settembre 2052 parliamo di circa un quarto di secolo. Con il Matusalemme arriviamo al 2072, quindi a un orizzonte ancora più lontano. Anche il titolo con la scadenza più vicina tra quelli citati ci porta a circa diciotto anni.
Il tema sostanziale è lo stesso: la durata è lunghissima. Non stiamo parlando soltanto di lungo periodo, ma di lunghissimo periodo.
Su una durata del genere vedo almeno due problemi importanti.
Rischio dell’emittente su un orizzonte lungo
Il primo è che una durata più lunga ci espone ai rischi per più tempo. Quando compriamo questi titoli, contiamo sul fatto che tra diciotto, venticinque o quarantacinque anni lo Stato italiano continui a pagare.
Conosco già l’obiezione che potrebbe arrivare nei commenti. Mi immagino il solito Pipottino che non aspetta altro per scrivere: “Lo Stato italiano ha sempre pagato, voi portate iella o fate terrorismo”.
Ma prova a immaginare come potrebbe essere il mondo tra quarantacinque anni, o anche solo tra venticinque. Guarda quanto velocemente si evolve la storia.
Non so tu, ma io qualche perplessità su come sarà quel mondo, e sul fatto che tutto continui a funzionare nello stesso modo, ce l’ho.
Questo non significa che io pensi che lo Stato italiano fallirà. Significa che, nel valutare il rendimento, devo tenere conto anche del rischio che sto assumendo su un orizzonte così lungo.
Oscillazioni dei tassi e del prezzo
Il secondo problema riguarda più direttamente l’investitore. Durante tutti questi anni, il controvalore che vedrò nella piattaforma dalla quale ho comprato il BTP risentirà dell’andamento dei tassi di interesse.
Se i tassi si muovono in una direzione favorevole, il valore del mio investimento può aumentare e magari posso uscire prima. Se si muovono in una direzione sfavorevole, posso vedere il valore scendere.
Chi aveva comprato titoli a lunga scadenza e poi ha visto salire i tassi nel 2022 si è potuto trovare con perdite sul prezzo del 30% o del 40%, a seconda del prezzo di acquisto e del momento in cui guardava le quotazioni.
Nel video facevo questo esempio: chi aveva comprato a 100 il BTP con scadenza a settembre 2052, davanti a una quotazione di 60,15, vedeva una perdita sul prezzo di quasi il 40%.
Se quella persona lo aveva comprato pensando a un’alternativa al conto deposito, si era presa una legnata sui denti difficile da dimenticare: sia se aveva venduto in perdita, sia se stava ancora aspettando e si chiedeva che cosa stesse ottenendo.
Chi aveva acquistato a 100 continuava infatti a ricevere la cedola alle condizioni originarie, con il tasso contrattuale del 2,15%. Non stava ottenendo il flusso rapportato al prezzo più basso disponibile a chi comprava successivamente.
Per questo il tema della durata è importante.
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Diversificazione e concentrazione sull’Italia
C’è un’espressione che leggo spesso, sia nei commenti di Affari Miei sia nei contenuti sui social: “per diversificare”.
Ogni volta che si parla di un investimento, qualcuno aggiunge: “Ve lo dico perché, per diversificare, potreste fare anche questo”.
Detta così sembra una frase innocua. Quando parliamo di BTP, però, secondo me va usata con molta attenzione.
Le persone che seguono questi contenuti, nella maggior parte dei casi, sono già molto concentrate sull’Italia. Nel video citavo le statistiche del mio canale YouTube: oltre il 90% di chi mi seguiva viveva in Italia.
Vivere in Italia significa spesso avere:
- un reddito da lavoro o da pensione che dipende dalle sorti dell’economia italiana;
- immobili in Italia, il cui valore risente dell’andamento dell’economia italiana;
- se siamo imprenditori, un’azienda che dipende in buona parte da come va il Paese;
- altri investimenti, come BTP o prodotti bancari e assicurativi che hanno BTP al proprio interno.
Tutto questo malloppo può essere già molto concentrato sull’Italia.
Se allora dici: “Metto un cippino sul BTP 2072, così diversifico e mi blocco un 5% ‘sicuro’ a scadenza”, la domanda che ti farei è: diversifichi rispetto a che cosa?
Nel ragionamento che sto facendo, comprare altri BTP non riduce l’esposizione italiana che abbiamo già attraverso lavoro, immobili, impresa e investimenti.
Quando qualcuno mi critica su questo punto, rispondo che anch’io sono esposto all’Italia: faccio un lavoro che ha a che fare con l’Italia. Proprio per questo, quando investo con il mio portafoglio finanziario, limito l’esposizione verso il mio Paese.
Ci sono già dentro fino al collo e, nella maggior parte dei casi, vale anche per chi mi segue.
A meno che tu non viva all’estero da una vita e non abbia più legami o interessi in Italia, non darei per scontato che comprare BTP italiani significhi diversificare.
Rendimento e rischio: il 5% è abbastanza?
Arriviamo all’ultimo punto: il rendimento, alla luce di tutto il ragionamento appena fatto.
Dobbiamo esporci per tanti anni a un futuro che, per sua natura, è incerto. Inoltre, acquistando un BTP a lunga scadenza, possiamo concentrare ancora di più il rischio e l’esposizione sull’Italia.
Ti lascio quindi una provocazione:
Siamo sicuri che il 5% netto sia un rendimento equo per un rischio di questo tipo?
Detto proprio fuori dai denti, se il rendimento fosse del 15%, magari un pensiero ce lo farei. Direi: lunga scadenza, rischio Paese su un orizzonte molto lungo, rischio di concentrazione, però mi stanno dando il 15%; magari è un rischio che valuto di correre.
Poi è chiaro che, il giorno in cui i titoli di Stato italiani pagassero il 15%, sarei molto preoccupato per il futuro del Paese. Ma questo aprirebbe un altro discorso.
Nel video usavo il 15% come provocazione: “È il doppio del rendimento medio del mercato azionario, per esempio; potrebbe essere un gioco che vale la candela”. A quel livello potrei almeno pensarci.
Sto parlando dell’Italia. Non prendere questa riflessione come un invito a comprare titoli di Paesi che offrono davvero il 15% in valuta locale: rischi di farti male.
Alla luce dei rischi che abbiamo visto, il 5% non mi sembra un rendimento così elevato da farmi saltare su questo carro e investire.
Se proprio dovessi comprare BTP, personalmente li comprerei con una scadenza più breve. Una componente obbligazionaria con scadenze brevi può avere senso all’interno di un portafoglio diversificato, attraverso titoli diretti o ETF con quei titoli come sottostante.
Su scadenze così lunghe, invece, signori miei, vi inviterei quantomeno alla prudenza.
Non sto dicendo in modo categorico “non fatelo”: sto condividendo le mie opinioni, come nello spirito di questa rubrica.
La prudenza magari fa meno numeri sui social rispetto ai post sui rendimenti più allettanti. Ma è quella che, secondo me, può aiutarci ad arrivare alla fine del percorso con più soldi in tasca rispetto a quando abbiamo iniziato.
Grazie per essere arrivato fin qui. Fammi sapere nei commenti se questo formato di Fuori dai denti ti piace e che cosa ne pensi del ragionamento.
Ulteriori risorse utili per approfondire
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- Percorso per Investire: Guida per Mezza Età
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