Perché la Cina fa così tanta paura?

Il mese di ottobre ha visto la conferma di Xi Jinping come figura dominatrice assoluta della Cina. Per la precisione, il 23 ottobre il leader cinese ha chiesto e ottenuto dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese il “mandato” a guidare il Paese per i prossimi cinque anni.

Questo avrà conseguenze molto importanti per tutti. Tutto il mondo, infatti, dovrà confrontarsi con una Cina che potrebbe e dovrebbe essere un po’ diversa da quella che abbiamo conosciuto nei decenni passati. La Cina stessa dovrà confrontarsi con questa probabile evoluzione del Paese. Ma come sarà la Cina di Xi Jinping nei prossimi cinque anni?

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Un Paese più autoritario e più legato al suo leader

Gli uomini leali a Xi controlleranno sostanzialmente il Politburo, l’organo di 24 membri che rappresenta la “top leadership” della classe politica cinese. I “lealisti” controlleranno anche il Politburo Standing Committee, un organo ancora più importante composto da sette membri che costituisce un’ulteriore centralizzazione del potere del Politburo. In nessuno dei due organi saranno presenti donne per la prima volta dal 1990.

Diverse personalità rispettate dalla comunità internazionale come il regolatore del settore bancario Guo Shuqing, il governatore della Banca Centrale Yi Gang e l’ascoltatissimo Liu He, direttore della Commissione centrale degli affari economici e finanziari, sono vicini alla pensione o saranno rimossi, lasciando ancora più campo libero a personalità totalmente in linea con Xi Jinping e la sua visioni.

Ancora, il Congresso del Partito Comunista Cinese non ha sostanzialmente visto voci dissenzienti rispetto alla linea di Xi ed emblematico è stato il “gentile” allontanamento prima delle votazioni di Hu Jintao, il predecessore di Xi Jinping in carica come Presidente dal 2003 al 2013.

Infine, durante il Congresso Xi Jinping ha ripetuto ben 91 volte la parola “sicurezza”, evidenziando che la futura politica cinese sarà fortemente orientata a contrastare la politica americana di “contenimento della Cina”.

Insomma, almeno ai nastri di partenza dobbiamo aspettarci una politica non solo orientata allo sviluppo economico, alla crescita e all’attrazione degli investimenti esteri come ci siamo abituati nei passati decenni. Sebbene questi elementi rimarranno, è evidente la volontà di Xi di far assumere a tutti gli effetti al Paese quel ruolo geopolitico che la dimensione economica e sociale gli permette. Riutilizzando lo slogan trumpiano “America First”, è probabile che Xi Jinping orienterà la sua politica verso la “China First”.

Il mondo economico internazionale non l’ha presa bene

Immediatamente dopo la conferma di Xi, l’indice Hang Seng (società cinesi quotate ad Hong Kong) ha perso il 6%, mentre in USA l’indice delle società tecnologiche cinese (Golden Dragon Index) ad un certo punto era arrivato a perdere il 20%.

Nelle settimane successive c’è stato un recupero ma siamo comunque quasi sui minimi da 5 anni.

Oltre alla preoccupazione per la scelta dei membri del Politburo Standing Committee di cui ho scritto sopra, il timore è che Xi non solo non allenterà, ma rafforzerà il potere delle società a controllo statale. Scarso sarà l’interesse a togliere spazi di mercato a queste aziende per favorire le società private e quindi un capitalismo più maturo. Non solo non ci sarà alcuna “urgenza” a far ritirare lo stato dall’economia, ma probabilmente si favorirà un ulteriore rafforzamento della presenza pubblica.

Infine, Xi Jinping ha parlato più volte di “prosperità comune”, per dire che non vede di buon occhio il forte arricchimento di pochi imprenditori a scapito della maggioranza della popolazione che resta nella povertà. La cosa, giusta in teoria, fa temere però gli investitori esteri per un’ulteriore penalizzazione delle società tecnologiche cinesi.

Conclusioni

È chiaro che la rielezione di Xi Jinping porti delle problematiche di non poco conto, tenendo in considerazione che parliamo di quella che potenzialmente sarà la prima economia mondiale. Avremo insomma una Cina che sarà probabilmente più nazionalista, più orientata all’interesse nazionale, al rafforzamento dello stato e poco incline a politiche o voci contrarie a quelle del suo leader. Una preoccupazione notevole sia dal punto di vista economico che politico.

Naturalmente non tutto è negativo. Ad esempio, il concetto di “prosperità comune” potrebbe finalmente favorire un’economia cinese maggiormente trainata dai consumi interni piuttosto che dagli investimenti, spesso non giustificati da un’attenta analisi dei ritorni futuri ma orientati dalla politica. Inoltre, potrebbe ridursi finalmente la speculazione immobiliare che tanti problemi ha provocato al Paese e al suo settore bancario negli ultimi anni.

Le opportunità restano, uno spazio per un indice cinese in portafoglio potenzialmente ci sarà sempre, ma bisognerà anche essere più preparati alla volatilità di questo mercato azionario il cui andamento potrebbe spesso essere determinato non solo dai fondamentali economici, ma anche dalle scelte geopolitiche. Chi sognava un mercato cinese più aperto, trasparente e vicino agli standard occidentali dovrà attendere ancora.

A presto.


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Imprenditore e Investitore - Co-fondatore di Affari Miei Società di Consulenza Finanziaria Indipendente
Ha iniziato il suo percorso nel 2014 scrivendo i primi articoli su Affari Miei. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha approfondito la sua storica passione per l'economia e la finanza conseguendo un Master Executive in Consulenza Finanziaria Indipendente.

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