Perché Parlare di Economia di Guerra è ESAGERATO

Da qualche settimana i media hanno iniziato a parlare di economia di guerra spaventando molte persone che, influenzate dalla presenza costante di esperti e presunti tali negli studi televisivi e degli editoriali che gridano al finimondo sui giornali, si chiedono giustamente cosa questo possa comportare per un comune cittadino.

Andiamo con ordine.

Che cos’è l’economia di guerra?

Quando c’è la guerra l’economia di mercato viene sostituita da quella pianificata dello Stato.

La gran parte delle risorse del Paese vengono di fatto indirizzate verso lo sforzo bellico, le risorse, anche lavorative, vengono spinte verso il conflitto.

Per capirci, è quello che sta purtroppo succedendo in Ucraina dove la gente sta combattendo invece di lavorare in ufficio e dove le aziende sono state convertite per supportare la resistenza all’invasione dei russi.

In un’economia di guerra, in pratica, c’è una vera e propria riconversione coatta guidata dallo Stato che, provvisoriamente, sospende alcune libertà economiche per concentrare tutte le forze verso il conflitto.

L’Italia è in economia di guerra?

Per fortuna siamo lontanissimi da tutto questo, al massimo siamo in una fase di riorganizzazione strategica delle scorte energetiche e di diversificazione degli approvvigionamenti che, ad oggi, sono il più grande tema che i governi europei stanno affrontando.

Le attività continuano a svolgersi regolarmente nonostante alcuni cambiamenti, come lo shock sul costo delle materie prime, stiano rendendo più difficili alcuni business.

Poi c’è un altro problema, ancora più grosso e pericoloso: oltre allo shock economico c’è quello emotivo.

In pratica le persone si stanno negativizzando e, inconsapevolmente, rimandano alcune spese importanti e alcuni investimenti: sebbene le Borse siano rimaste in piedi, infatti, in molti non stanno investendo nuove risorse perché, per paura, rinunciano e se possono risparmiano.

I mercati sono stati tirati su a marzo soprattutto dagli investitori istituzionali, i retail, cioè noi, spesso restano a guardare.

Ma perché i media parlano di scenari foschi?

Per le medesime ragioni per cui nell’ultimo biennio anonimi virologi, conosciuti solo dalla propria comunità scientifica, sono diventati dei personaggi famosi quasi quanto i calciatori o le soubrette.

Mi spiace dirlo ma è così: quanta gente si interessava di geopolitica e dei conflitti esistenti nel Mondo prima del 24 febbraio?

Pochissime persone, una nicchia trascurabile di “appassionati”.

Con l’inizio del conflitto, purtroppo, per televisioni e quotidiani si è aperta una fase ricchissima per il proprio business, una manna enorme come lo scoppio del Covid: più pagine viste per i quotidiani, più abbonamenti per edizioni cartacee e digitali, più spettatori in tv.

Basta accendere La7, facciamo nomi e cognomi, per rendersi conto che Enrico Mentana è in diretta per tre ore al giorno dal 24 febbraio senza mai fermarsi insieme ad un esperto di geopolitica passato dal quasi anonimato al successo mainstream e per vedere che la stessa rete televisiva, nel frattempo, ha lanciato la versione italiana della serie tv “The Servant of the People” con cui Volodymyr Zelens’kyj aveva conquistato la notorietà in Ucraina prima di dedicarsi alla politica.

I vari giornalisti più o meno ritenuti seri, dal 24 febbraio, non parlano di altro anche se fino all’altro ieri non capivano nulla di geopolitica o di economia e tutt’ora adesso continuano a non capire niente, mi sanguinano le orecchie quando sento parlare alcuni di loro.

Riviste come Limes, fino all’altro ieri acquistate da quattro gatti, stanno vendendo centinaia di migliaia di copie (CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PERSONE CHE VANNO FISICAMENTE IN EDICOLA, sono serio!)

Giornali, televisioni, concessionarie pubblicitarie di tutto il mondo strappano contratti d’oro e sistemano i propri bilanci.

La sciagura che ci tirano addosso è la loro moneta sonante, mentre ci spaventano stanno fatturando milioni di euro grazie alla nostra attenzione. In maniera del tutto legittima, è il loro lavoro, ci mancherebbe altro: su questi pixel abbiamo sempre difeso il capitalismo, questa non è una critica sterile ai “giornali che ne approfittano” ma una constatazione della realtà.

Però noi lo dobbiamo sapere.

E quindi cosa cambia per il cittadino comune?

Al momento poco rispetto a prima perché gli scenari peggiori, esclusa l’ipotesi di essere chiamati a combattere al fronte che al momento sembra ancora fantascientifica, sono sostanzialmente due:

  • Recessione: l’economia non cresce, molte persone perdono il lavoro (a cominciare dai lavoratori meno qualificati nei settori più colpiti), le contingenze esterne e il pessimismo della situazione intorno a noi rallentano i consumi e percepiamo materialmente la crisi
  • Stagflazione: i prezzi salgono a causa del caro materie prime nonostante l’economia vada male secondo lo scenario di cui al punto precedente. C’è meno domanda perché la gente ha meno soldi ma i prezzi aumentano invece che diminuire. Siamo di fronte allo scenario peggiore per l’economia, si verificano fallimenti di aziende, cali del reddito, situazioni complesse che probabilmente richiedono un nuovo intervento statale. Molte aziende e Stati potrebbero non ripagare in tutto o in parte i prestiti (obbligazioni), tanti individui potrebbero vedere la propria vita peggiorare nel breve termine.

Che c’entra questo con l’economia di guerra?

Relativamente poco, i cicli fanno parte dell’economia: da quando esiste il Mondo la recessione e la stagflazione si alternano sempre con periodi di crescita come il decennio pre-Covid che ci siamo lasciati alle spalle.

Quando arriva la crisi, i nodi vengono al pettine: le aziende messe peggio falliscono, le cicale che non avevano soldi da parte vanno in difficoltà, le situazioni già in bilico rallentano o si fermano e, nel caos generale, anche progetti aziendali o personali promettenti subiscono una battuta d’arresto.

Essendo una cosa “normale”, è quasi fisiologico per l’economia che ogni tanto accada così come è fisiologico per l’essere umano ogni tanto mettersi a letto e riposare o, in alcuni casi, prendere una “salutare” influenza.

La narrazione della tv, paradossalmente, è “complice” degli scenari negativi perché contribuisce a devastare l’umore delle persone.

A lungo andare, ciò potrebbe anche far crollare i mercati perché se le persone leggono e sentono solo sciagure non investono, c’è meno domanda, le borse non crescono e al primo evento piovono vendite su vendite che fanno crollare le quotazioni.

Rischiamo il burnout informativo, siamo nell’era dell’iper-informazione che fa bene solo ai media più che a noi.

Una cosa banale, forse, si potrebbe fare e costa zero: spegnere la tv, leggere i giornali con distacco, approfittare della primavera che sta mitigando la temperatura.

Uscendo potremmo renderci conto che, tolte le persone nella bolla informativa come il nostro gruppo di pari, ce ne sono altre che riempiono i bar, vanno allo stadio, viaggiano, vanno al ristorante, fanno shopping e vivono una vita normalissima a cui possiamo accedere anche noi “gratuitamente”.

Chest’è… come amo dire!


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Imprenditore e Investitore - Co-fondatore di Affari Miei Società di Consulenza Finanziaria Indipendente
Ha iniziato il suo percorso nel 2014 scrivendo i primi articoli su Affari Miei. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha approfondito la sua storica passione per l'economia e la finanza conseguendo un Master Executive in Consulenza Finanziaria Indipendente.

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