ETF sull’Ucraina che…NON investe in Ucraina! Cosa c’è (DAVVERO) Dentro?

Ogni tanto il mondo degli investimenti ci mette davanti a strumenti che sembrano perfetti.

Non perché siano particolarmente efficienti. Non perché abbiano dimostrato nel tempo una superiorità schiacciante. Ma perché riescono a toccare qualcosa di molto più profondo: le nostre convinzioni, i nostri valori, la nostra sensibilità.

È successo anche stavolta.

Una lettrice, Ines, ci ha scritto dopo aver letto di un nuovo ETF quotato a Piazza Affari, presentato come il primo ETF europeo dedicato alla ricostruzione dell’Ucraina.

La notizia l’ha colpita subito. Non tanto per l’aspetto puramente finanziario, quanto per quello umano.

Da quando è scoppiata la guerra, Ines ha cercato nel suo piccolo di aiutare alcune famiglie ucraine presenti nella sua città. Quando ha letto che esisteva uno strumento finanziario legato alla ricostruzione del Paese, ha pensato una cosa molto semplice e anche molto bella, dal punto di vista delle intenzioni: forse questo può essere un modo per fare qualcosa di concreto e, allo stesso tempo, investire.

La sua domanda, in fondo, è una domanda nuova. Non è il classico “quanto rende?”.

Non è il solito “conviene comprarlo oppure no?”. È una domanda più sottile: si può investire in modo coerente con un’idea di sostegno reale a un Paese in difficoltà?

Ed è qui che le cose si fanno interessanti.

Perché quando andiamo ad aprire il cofano di questo ETF, scopriamo subito una verità che, con ogni probabilità, a Ines non piacerà: questo ETF sulla ricostruzione dell’Ucraina, oggi, non investe in aziende ucraine.

Ecco perché questa storia merita attenzione.

L’intenzione è nobile. Ma l’investimento va capito per quello che è

Partiamo da un punto importante: l’idea di Ines è lodevole.

Viviamo in un’epoca in cui molte persone si avvicinano alla finanza solo per inseguire il rendimento, per cercare scorciatoie, per sognare guadagni rapidi o per rincorrere la moda del momento. In questo caso, invece, il punto di partenza è diverso.

Ines non vuole “speculare sulla guerra”. Non vuole cavalcare un trend. Non vuole fare la mossa furba.

Vuole capire se esiste un modo serio per indirizzare i suoi soldi verso qualcosa che ritiene giusto.

Ed è proprio per questo che bisogna essere ancora più rigorosi nell’analisi. Perché quando entrano in gioco la sensibilità personale, l’etica e il desiderio di fare del bene, il rischio di confondere il messaggio commerciale con la realtà finanziaria diventa ancora più alto.

In questi casi, infatti, il nome dello strumento conta tantissimo. E spesso conta troppo.

Se leggiamo “Ukraine Reconstruction ETF”, la prima cosa che immaginiamo è quasi automatica: penso a un paniere di aziende ucraine, penso a imprese locali, penso a realtà che un domani costruiranno ponti, strade, reti energetiche, case, infrastrutture, lavoro.

In altre parole: penso che i miei soldi stiano andando lì.

Ma non è così.

Cosa c’è davvero dentro questo ETF

Qui arriviamo al nodo centrale.

Analizzando la composizione dello strumento, scopriamo che al suo interno ci sono circa 50 aziende. Ma non si tratta di società ucraine. Le partecipazioni appartengono in gran parte ad aziende americane ed europee, attive soprattutto in due grandi aree: industria/infrastrutture e difesa.

Questo significa che, almeno oggi, se compri questo ETF non stai finanziando direttamente imprese ucraine.

Stai comprando esposizione verso aziende straniere che, secondo l’emittente, potrebbero beneficiare in futuro del processo di ricostruzione del Paese. È una cosa molto diversa.

Alcuni nomi presenti nel paniere appartengono al mondo dell’industria pesante, dell’energia, dell’elettrificazione, della meccanica e della cantieristica. Altri appartengono al comparto difesa. E qui già si apre un primo tema che molte persone potrebbero sottovalutare: se il tuo intento è esclusivamente solidaristico, devi sapere che dentro ci sono anche aziende legate alla produzione militare.

Ora, attenzione: non stiamo dicendo che questo renda lo strumento automaticamente “cattivo” o da scartare a prescindere. Stiamo dicendo una cosa diversa e molto più semplice: se il tuo obiettivo è aiutare concretamente l’economia ucraina locale, questo strumento oggi non fa quello che forse immagini.

E non lo diciamo noi per pregiudizio. Lo dice, in sostanza, anche la logica del prodotto.

L’Ucraina, dal punto di vista dei mercati finanziari, non ha oggi una borsa con le caratteristiche dimensionali, di stabilità e di liquidità tali da permettere all’emittente di costruire un ETF direttamente composto da aziende ucraine investibili in modo efficiente.

E quindi cosa succede? Succede che l’emittente costruisce un indice “di ricostruzione” scegliendo aziende occidentali che, in teoria, potrebbero trarre beneficio da quel grande processo economico futuro.

È una scommessa indiretta. Non è un sostegno diretto.

E questa distinzione cambia tutto.

Il primo grande equivoco

Se vogliamo, qui c’è una lezione molto utile che va oltre questo singolo ETF.

Nel mondo degli investimenti, il nome del prodotto non basta mai.

Anzi, spesso il nome è la parte più seducente, più raccontabile, più “vendibile”. È ciò che attira l’attenzione, crea narrazione, costruisce il tema. Ma un conto è il titolo commerciale, un altro conto è la composizione reale dello strumento.

Molte persone, soprattutto quelle che non seguono i mercati tutti i giorni, si fermano alla promessa. Ed è normale che succeda. Nessuno può pretendere che un investitore privato decifri automaticamente tutte le implicazioni di ogni ETF nuovo che arriva sul mercato.

Però proprio per questo è importante fermarsi e farsi sempre una domanda: sto comprando davvero ciò che penso di comprare?

Nel caso di Ines, la risposta è: no, non esattamente.

Sta comprando un ETF tematico che si appoggia a un’idea di ricostruzione futura, ma che al momento investe in aziende occidentali. Quindi, se il suo desiderio era sostenere direttamente il tessuto produttivo ucraino, deve sapere che questo obiettivo, attraverso questo strumento, oggi non viene realizzato.

Il secondo problema: è un ETF minuscolo

Qui entra in gioco un altro aspetto che per molti investitori passa completamente sotto traccia, ma che invece è molto importante: la dimensione del fondo.

Nel momento in cui è stato lanciato, questo ETF aveva raccolto circa 1 milione di euro. Per chi non mastica la materia tutti i giorni, potrebbe sembrare una cifra rispettabile. In realtà, nel mondo degli ETF, è pochissimo.

Parliamo di uno strumento piccolissimo, e quando un ETF è molto piccolo, i rischi aumentano.

Non perché sia necessariamente truffaldino o mal costruito, ma perché nel settore degli ETF funziona così: gli emittenti lanciano prodotti nuovi, testano il mercato, vedono se il tema piace, se arrivano capitali, se i rendimenti attirano altri investitori. Se il prodotto non prende quota, se non cresce, se non raccoglie masse sufficienti, a un certo punto può essere chiuso.

Questo passaggio si chiama delisting.

E qui bisogna essere brutalmente chiari: se tu hai investito in uno strumento di questo tipo e, dopo un po’, l’emittente decide che non ha senso mantenerlo in vita, semplicemente te lo liquidano. Tu ricevi il controvalore e fine. Ma se in quel momento sei in perdita, nessuno ti protegge da quella perdita.

È una dinamica commerciale, prima ancora che finanziaria.

Molti investitori la ignorano completamente. Pensano che un ETF, una volta quotato, resti lì per sempre. Non è così. Gli ETF non sono monumenti. Sono prodotti. E se non funzionano economicamente per chi li emette, vengono chiusi.

Questo, da solo, dovrebbe già farci riflettere.

Perché quando entri in un ETF grande, liquido, consolidato, con masse importanti e una lunga storia alle spalle, stai entrando in un’altra categoria di strumenti, mentre quando entri in un ETF appena nato, minuscolo, legato a una narrativa molto specifica e ancora tutta da verificare, allora il livello di rischio cambia.

E non parliamo ancora di rendimento. Parliamo proprio di sopravvivenza dello strumento.

Il terzo punto: non è passivo come sembra

Un altro elemento interessante riguarda la struttura stessa del prodotto.

Quando si parla di ETF, molte persone associano automaticamente questi strumenti alla gestione passiva. Pensano a indici ampi, noti, consolidati: S&P 500, MSCI World, Euro Stoxx e così via. In questi casi, l’ETF si limita a replicare un indice già esistente.

Ma negli ETF tematici la situazione cambia.

Qui spesso l’indice non esisteva prima, viene creato apposta e viene costruito sulla base di regole decise dall’emittente o da chi collabora con lui.

Questo vuol dire che, pur essendo formalmente un ETF, il prodotto incorpora una componente decisionale molto più forte di quella che di solito associamo alla gestione passiva.

In pratica, qualcuno ha deciso quali aziende dovessero rappresentare la “ricostruzione dell’Ucraina”. Qualcuno ha scelto i criteri, i pesi, i settori, le esclusioni, le inclusioni. E questo rende il prodotto molto meno neutrale di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Anche il costo ce lo suggerisce.

Il TER di questo ETF è 0,65% annuo, che per il mondo degli ETF è alto. Non siamo ai livelli dei fondi bancari, certo, ma siamo comunque su un livello che richiede una giustificazione molto solida. E la giustificazione, in questo caso, è proprio la natura tematica e “costruita” del prodotto.

Quindi bisogna essere sinceri: se uno compra questo ETF pensando di prendere uno strumento semplice, passivo, neutrale e lineare, sta semplificando troppo.

Il problema più sottile: forse sei già esposto a queste aziende

Poi c’è un quarto punto, forse ancora più importante per chi un portafoglio ce l’ha già.

Molti investitori guardano un ETF nuovo e pensano di aggiungere qualcosa di “diverso”. In realtà, molto spesso stanno solo aumentando l’esposizione a società che possiedono già attraverso altri ETF più ampi e diversificati.

È esattamente quello che può succedere qui.

Se hai già un portafoglio ben costruito, con esposizione all’azionario globale, all’azionario europeo o ad alcuni grandi settori industriali, è molto probabile che dentro ci siano già aziende simili o addirittura le stesse presenti nell’ETF sulla ricostruzione dell’Ucraina.

Questo significa che, aggiungendo questo strumento, non stai necessariamente diversificando. Stai magari solo sovrappesando un certo insieme di titoli o di settori.

E allora la domanda tecnica vera diventa un’altra: perché dovrei farlo?

Per cercare un extra rendimento? Per convinzione geopolitica? Perché credo che infrastrutture, energia e difesa avranno una spinta superiore? Oppure perché penso di aiutare l’Ucraina, quando in realtà non la sto aiutando nel modo che immaginavo?

Questa è la domanda che cambia il senso di tutto.

Se il tuo obiettivo principale è solidaristico, cioè vuoi aiutare concretamente persone, famiglie, territori o organizzazioni ucraine, allora forse lo strumento finanziario non è il mezzo più diretto.

Perché un ETF, per definizione, non è una donazione. Non è beneficenza. Non è assistenza umanitaria. Non è cooperazione internazionale.

È un investimento.

E quindi, anche quando si veste di una narrativa nobile, segue una logica di mercato. Cerca capitali, costruisce un tema, seleziona aziende, punta a intercettare una storia economica. Ma non è detto che coincida con l’idea di aiuto concreto che una persona ha in mente.

Questo non significa che non si possa investire anche in modo coerente con i propri valori. Significa solo che bisogna essere molto lucidi nel distinguere investimento tematico e sostegno reale.

Sono due piani diversi. Possono sfiorarsi. Ma non sempre coincidono.

Allora questo ETF è da bocciare?

La risposta, come spesso accade quando si parla seriamente di investimenti, non è un sì o un no assoluto.

Noi non diciamo che sia da escludere per sempre e in ogni caso. Diciamo una cosa più prudente e più onesta: oggi non vediamo motivi sufficienti per inserirlo in un portafoglio ben costruito, soprattutto se l’obiettivo è quello che aveva in mente Ines.

È piccolo. È giovane. È tematico. Ha una forte componente di gestione “discrezionale” nella costruzione dell’indice. Ha un costo elevato per un ETF. E, soprattutto, oggi non investe in aziende ucraine.

Potrebbe cambiare in futuro? Sì, potrebbe.

Se la guerra finirà, se il quadro geopolitico si stabilizzerà, se il mercato finanziario ucraino evolverà, se nasceranno condizioni nuove, allora forse anche questo strumento avrà un altro profilo. Ma oggi siamo ancora molto lontani da quello scenario.

Ed è proprio per questo che, se proprio un investitore volesse tenerlo d’occhio, il posto giusto per questo ETF, oggi, è una watchlist, non necessariamente il portafoglio.

Osservarlo sì. Studiare come evolve sì. Capire se raccoglie masse, come si comporta, se acquisisce una funzione chiara in un portafoglio, sì.

Ma comprarlo subito solo perché il tema è suggestivo, secondo noi, no.

In un’epoca in cui molti investono spinti dall’entusiasmo, dalla fretta, dal titolo letto al volo o dal video visto sui social, fermarsi e fare una domanda è già una forma di intelligenza finanziaria.

La lezione vera, allora, è questa:

non basta che uno strumento racconti una bella storia per essere adatto al nostro portafoglio.

Bisogna aprirlo, leggerlo, contestualizzarlo, capire che funzione ha, quali rischi porta con sé e soprattutto se realizza davvero l’obiettivo che noi immaginiamo.

Nel caso di questo ETF, la risposta è chiara: la storia raccontata dal nome è molto più forte della realtà che oggi c’è dentro, e questa è una cosa che va assolutamente considerata.

Prima di salutarci, ti allego qui alcune risorse sul tema che potrebbero aiutarti con l’argomento:

Ti auguro un buon proseguimento qui su Affari Miei!


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Consulente Finanziario Indipendente e Co-Fondatrice di Affari Miei
Si è avvicinata al mondo della finanza per passione co-fondando Affari Miei nel 2014. Oltre all'abilitazione per l'esercizio della professione ha approfondito i suoi studi seguendo seminari e master formativi in Wealth Management e Protezione Patrimoniale. Nel 2023 ha pubblicato il libro "Investimenti Sicuri - Come Proteggere il Tuo Patrimonio e Vivere di Rendita" scritto a quattro mani con Davide Marciano.
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