MONEYFARM: CONVIENE Delegare al 100%? Le nostre OPINIONI…

Ogni volta che parliamo di investimenti, c’è una promessa implicita che piace a tutti: quella della semplicità.

Apriamo un conto, scegliamo un servizio, deleghiamo, lasciamo fare ai professionisti, evitiamo errori grossolani e nel frattempo i nostri soldi lavorano. Detta così, sembra quasi la soluzione perfetta per chi non ha tempo, non ha voglia di studiare mercati finanziari per ore e, soprattutto, non vuole trasformarsi nell’ennesimo investitore che passa le serate davanti ai grafici.

Ed è proprio qui che si inseriscono servizi come Moneyfarm, che negli anni hanno intercettato un bisogno reale: investire in modo più efficiente rispetto alla banca tradizionale, con costi generalmente più bassi, con portafogli costruiti tramite ETF e con una struttura che, almeno rispetto a tanti prodotti bancari, appare decisamente più trasparente.

Fin qui, tutto bene.

Il problema nasce quando l’investitore comincia a guardare davvero i documenti, smette di fidarsi ciecamente e si accorge che c’è una voce che non aveva considerato. Non stiamo parlando di un costo di gestione spropositato. Non stiamo parlando di fondi opachi. Non stiamo nemmeno parlando di qualche commissione nascosta in stile vecchia banca.

Stiamo parlando di una cosa più sottile, più tecnica e proprio per questo più insidiosa: la fiscalità della gestione patrimoniale.

Una cifra che nessuno si aspetta

È successo a Maurilio, che ci ha scritto dalla campagna toscana dopo aver investito circa 240.000 euro su un portafoglio Moneyfarm a rischio medio. Ha fatto una cosa che noi consigliamo da sempre e che quasi nessuno fa: ha aperto il rendiconto costi e oneri, ci ha messo il naso e ha letto davvero quello che c’era scritto.

Lì ha trovato una cifra che lo ha spiazzato: circa 8.000 euro alla voce imposta sulle plusvalenze.

E la sua reazione è stata più che comprensibile: “Ma come? Io non ho venduto nulla. I soldi sono ancora investiti. Perché sto pagando queste tasse adesso?”

Questa domanda è intelligentissima, perché tocca uno dei punti meno conosciuti del mondo degli investimenti gestiti. Ed è una domanda che probabilmente dovrebbero farsi molte più persone.

Partiamo da un chiarimento importante, perché in questi casi bisogna essere onesti fino in fondo: questo non è un attacco a Moneyfarm. Anzi, se guardiamo il panorama italiano, possiamo dire tranquillamente che Moneyfarm è una delle soluzioni più lineari e leggibili che esistano nel mondo delle gestioni patrimoniali. Usa ETF, dichiara il proprio modello, mette a disposizione un consulente, ha costi tutto sommato comprensibili e non vende la favola della soluzione miracolosa.

Proprio per questo il punto non è dire “Moneyfarm sì” o “Moneyfarm no”.

Il punto è capire che cosa stiamo comprando davvero quando deleghiamo al 100% la gestione del patrimonio. Perché un conto è dire “sto investendo in ETF”, un altro è dire “sto investendo in una gestione patrimoniale che usa ETF”. Sembrano due frasi simili, ma fiscalmente non lo sono affatto.

I differenti regimi fiscali

Qui entra in gioco il primo vero snodo della questione: quando investiamo, non esiste un solo modo di pagare le tasse. Esistono diversi regimi fiscali, e il regime in cui ci troviamo cambia concretamente il modo in cui il nostro capitale cresce nel tempo.

Nel regime dichiarativo, per esempio, siamo noi a dover dichiarare al fisco le plusvalenze quando realizziamo i guadagni.

Nel regime amministrato, che è quello più comune per chi investe in autonomia tramite banca o broker italiano, l’intermediario trattiene le imposte solo nel momento in cui vendiamo uno strumento in guadagno.

Il regime del risparmio gestito, invece, funziona in modo diverso. Ed è qui che nasce il punto sollevato da Maurilio.

Nelle gestioni patrimoniali, infatti, la tassazione non avviene quando tu vendi e incassi davvero il profitto, ma sul maturato annuale della gestione. In pratica, si prende il valore del portafoglio all’inizio dell’anno, lo si confronta con il valore a fine anno e, se nel frattempo il patrimonio è cresciuto, si applicano le imposte su quell’incremento. Questo significa che puoi ritrovarti a pagare tasse anche se non hai mai toccato materialmente quei soldi e anche se gli investimenti sono ancora tutti lì.

Dal punto di vista normativo è tutto corretto. Non c’è un errore. Non c’è un prelievo abusivo. Non c’è una scorrettezza del singolo operatore. È proprio la regola fiscale che si applica a quel tipo di servizio.

Eppure, anche se è corretto, questo non significa che sia neutro. Anzi, produce un effetto molto preciso e spesso sottovalutato: riduce la forza dell’interesse composto.

Questo è il punto più importante di tutta la storia.

Quando paghi le imposte ogni anno sul maturato, una parte del capitale esce dalla gestione e smette di lavorare per te. Se invece lo stesso denaro restasse investito per più anni e venisse tassato solo al momento del realizzo, continuerebbe a generare rendimento su rendimento.

È qui che il dettaglio fiscale smette di essere un dettaglio e diventa una questione strategica.

Molti investitori, se glielo spieghi così, ti rispondono in modo quasi infastidito: “Sì, ma le tasse prima o poi le devo pagare comunque. Che cambia?”

Cambia parecchio.

Come si pagano le tasse

Cambia perché il tempo è il vero motore del capitale. Se togli ogni anno una parte dei guadagni dal portafoglio, stai togliendo anche la possibilità a quei soldi di produrre altri soldi in futuro. Magari su un anno la differenza ti sembra piccola. Su dieci o quindici anni, invece, non è più piccola per niente.

Possiamo immaginarla così: il portafoglio è un campo coltivato. In un regime più efficiente lasci che il raccolto continui a crescere, maturare, moltiplicarsi. Nel risparmio gestito, invece, ogni anno lo Stato entra nel campo e si prende una parte del raccolto prima che questo abbia finito davvero di sviluppare il suo potenziale.

Il risultato è che la macchina dell’interesse composto gira, sì, ma gira peggio.

E allora la domanda di Maurilio diventa inevitabile: “C’è un modo per evitare che succeda ancora?”

La risposta, per quanto scomoda, è sì. Ma non nel senso che molti sperano.

Non esiste un tasto da premere su Moneyfarm per dire “da oggi non voglio più pagare così”. Se il servizio è una gestione patrimoniale, il regime fiscale è quello. Punto. Non dipende dalla simpatia della piattaforma, dalla bravura del consulente o dalla buona volontà del cliente. Dipende dalla natura giuridico-fiscale del prodotto.

Quindi, se il problema è evitare questa tassazione sul maturato, l’unico vero modo per farlo è uscire da una gestione patrimoniale e passare a una struttura diversa. In pratica, bisogna tornare ad avere un conto titoli, investire in autonomia o con il supporto di un consulente indipendente, operare in regime amministrato e pagare le imposte solo quando si vendono gli strumenti.

Qui però arriva la parte psicologicamente più delicata. Perché una persona come Maurilio potrebbe dire:

“Va bene, ho capito il principio. Ma io adesso devo chiudere tutto? Devo ricominciare da capo? Devo trovare un’altra soluzione? Devo fare un passaggio complicato per pagare meno tasse in futuro? Vale davvero la pena?”

È una resistenza normalissima.

Anzi, è la resistenza che blocca quasi tutti. Perché quando una gestione sta andando discretamente bene, l’investitore tende a pensare che cambiare sia una follia. Si dice che tutto sommato il servizio funziona, che il portafoglio è in guadagno, che il consulente risponde, che non ci sono state brutte sorprese dal lato dei rendimenti, quindi perché complicarsi la vita?

Il punto è che qui non stiamo parlando solo del breve periodo. Stiamo parlando di efficienza nel lungo termine.

Se il tuo orizzonte temporale è davvero lungo, allora il tema fiscale non è secondario.

Se invece il tuo obiettivo è tenere una gestione per due anni e poi disinvestire, magari il problema pesa meno. Ma se stai costruendo qualcosa per dieci, quindici o vent’anni, allora ogni forma di inefficienza va guardata con attenzione, perché si accumula nel tempo e diventa sempre più costosa.

Statisticamente, se investi bene, avrai più anni positivi che anni negativi. Questo significa che in una gestione patrimoniale ti ritroverai più volte a pagare tasse annuali sul maturato di quanto tu non riesca a compensarle con eventuali anni negativi. E quindi, anno dopo anno, lo Stato entrerà nel tuo portafoglio prima che i tuoi guadagni abbiano potuto esprimere fino in fondo il loro potenziale.

Non è un dramma immediato, ma una zavorra silenziosa.

E le zavorre silenziose, negli investimenti, sono spesso le peggiori. Perché non fanno rumore, non creano panico, non provocano crolli spettacolari, ma ti accompagnano per anni e alla fine presentano il conto.

C’è poi un altro aspetto da considerare, che secondo noi è molto importante: Maurilio tutto sommato è stato fortunato. Ha aperto il documento, si è spaventato, ma il suo portafoglio è in positivo. Non si trova nella situazione di chi deve chiudere una gestione profondamente in perdita o con un capital gain gigantesco da smontare. Questo significa che, se davvero volesse cambiare strada, potrebbe farlo in una fase ancora gestibile.

E questo vale anche per tutte le persone che si stanno riconoscendo in questa storia.

Se scopri oggi come funziona fiscalmente una gestione patrimoniale e ti accorgi che non è coerente con i tuoi obiettivi di lungo termine, sei ancora in tempo per ragionare. Il punto non è fuggire in modo impulsivo, né pensare che ogni gestione patrimoniale sia automaticamente sbagliata. Il punto è decidere con consapevolezza se il costo della comodità vale davvero il prezzo che stai pagando.

Perché questo, in fondo, è il cuore della questione.

La comodità non è mai gratis

Delegare al 100% è comodo. È rassicurante. Ti evita di fare operazioni. Ti toglie il peso della manutenzione del portafoglio. Ti dà un punto di riferimento.

Tutto vero.

Ma la comodità non è mai gratis. A volte la paghi in modo evidente, con costi di gestione più alti. Altre volte la paghi in modo meno visibile, con inefficienze fiscali che mangiano una parte del tuo rendimento futuro.

E allora la vera domanda non è “Moneyfarm conviene?” detta così, in astratto.

La vera domanda è un’altra:

“Per me, oggi, con il mio capitale, con il mio orizzonte temporale, con i miei obiettivi e con la mia disponibilità a essere più coinvolto, questa delega totale vale quello che costa?”

Per qualcuno la risposta può essere sì. Per esempio per chi parte da una situazione disordinata, non ha competenze, ha bisogno di fare un primo salto di qualità rispetto alla banca tradizionale e preferisce accettare qualche inefficienza in cambio di una gestione più semplice.

Per altri, invece, la risposta può essere no. Soprattutto per chi ha un patrimonio importante, orizzonti lunghi e la volontà di ottimizzare di più il rapporto tra rendimento, costi e fiscalità.

Noi, come sempre, non siamo qui per dire a tutti di fare la stessa cosa. Siamo qui per ricordare che i soldi vanno guardati in faccia, anche quando il servizio sembra buono, anche quando il rendimento è positivo e anche quando il brand ci trasmette fiducia.

Perché molte persone fanno l’errore opposto: pensano che il problema siano solo i prodotti pessimi delle banche. In realtà, a volte, anche dentro soluzioni tutto sommato oneste possono esserci meccanismi che vanno compresi molto bene.

Finché non leggiamo, deleghiamo. Quando iniziamo a leggere, iniziamo a capire. E quando iniziamo a capire, inevitabilmente ci facciamo domande migliori.

Questa è la parte più importante di tutta la vicenda.

Non il nome della piattaforma. Non la polemica sterile. Non il tifo pro o contro il singolo operatore.

La parte importante è che Maurilio ha smesso di essere passivo. Ha aperto un documento che per anni aveva ricevuto e ignorato, ha visto una voce che non capiva e si è fatto una domanda. È lì che inizia la vera educazione finanziaria. Non quando impariamo il nome dell’ETF più famoso, ma quando smettiamo di dare per scontato ciò che sta succedendo ai nostri soldi.

Ed è anche lì che inizia la vera libertà dell’investitore. Non nel fare tutto da solo a tutti i costi, ma nel non delegare mai il cervello.

Se vogliamo tirare le somme, quindi, possiamo dirlo in modo molto semplice.

Moneyfarm non è il cattivo della storia. Le tasse che ha visto Maurilio non sono un’anomalia. Il problema non è la scorrettezza del servizio. Il problema è che molti investitori comprano una gestione patrimoniale senza aver capito davvero che cosa comporta, soprattutto dal punto di vista fiscale.

E quando lo scoprono, spesso è tardi.

Per questo il messaggio finale è altrettanto semplice: se stiamo delegando, dobbiamo sapere esattamente che cosa stiamo delegando. Non solo la scelta degli strumenti, ma anche il regime fiscale, il funzionamento del portafoglio, le implicazioni nel tempo e il costo complessivo della comodità.

Solo a quel punto possiamo decidere davvero.

E forse è proprio questa la differenza tra investire e lasciare semplicemente che qualcuno investa al posto nostro.

Per capire meglio questa questione ti lascio alcune risorse che ritengo ti possano essere utili:

Ti auguro un buon proseguimento qui su Affari Miei!


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Imprenditore e Investitore - Co-fondatore di Affari Miei
Ha fondato Affari Miei nel 2014. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha approfondito la sua storica passione per l'economia e la finanza conseguendo un Master Executive in Consulenza Finanziaria Indipendente. É autore dei libri "Vivere di Rendita - Raggiungi l'Obiettivo con il Metodo RGGI" (2019) e "Investimenti Sicuri - Come Proteggere il Tuo Patrimonio e Vivere di Rendita" (2023).
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