Perché tuo padre si è arricchito senza investire (e tu no)!
Giovanni ha ottant’anni e vive in Brianza.
Ha una villetta di proprietà, due appartamenti affittati a Milano, una casa in Liguria dove va d’estate, e fino a qualche anno fa aveva anche un bilocale a Ponte di Legno che ha venduto a malincuore.
Ci andava troppo poco a sciare, ormai, e i costi di manutenzione erano diventati insostenibili. Spinto dalla pressione dei figli a cui lo sci è sempre piaciuto poco, ha venduto per avere un po’ di cash in più per pagare la signora che dà una mano in casa.
Sul conto ha dei BTP, circa trecentomila euro. In banca ha qualcosa che il suo consulente chiama “portafoglio bilanciato” e che lui non ha mai capito del tutto, ma che non lo ha mai preoccupato più di tanto. “Tanto il mio l’ho fatto – pensa – sarà un problema di mio figlio Piergiorgio quando erediterà”.
Ha lavorato tutta la vita. Prima in un’azienda metalmeccanica, poi come responsabile di zona, poi in proprio per una quindicina di anni fino alla pensione che è arrivata nel 2009, all’inizio della grande crisi.
Non si è mai considerato un investitore, non saprebbe spiegarti la differenza tra un’azione e un’obbligazione. Non ha mai letto un libro di finanza personale, sono americanate che non fanno per lui. Eppure ha costruito un patrimonio solido che lo colloca, a tutti gli effetti, nella fascia di popolazione che possiamo considerare benestante.
Quando suo figlio Piergiorgio – cinquantotto anni, laurea in economia alla Bocconi, dirigente in una multinazionale, due figli al liceo – gli chiede come ha fatto, Giovanni risponde sempre la stessa cosa. “Ho lavorato duro, ho risparmiato e ho puntato sul mattone”.
Piergiorgio annuisce e lo rispetta: in fondo i numeri gli danno ragione e Giovanni non gli ha fatto mai mancare nulla. In un certo senso si ritiene comunque fortunato ad essere suo figlio.
Nonostante una laurea in economia e un percorso professionale moderno, Piergiorgio fa le stesse cose da vent’anni.
Lavora e risparmia quello che può: con due figli oggi è difficile anche per chi guadagna bene. Ha un appartamento a Milano acquistato prima che i prezzi andassero fuori di casa, grazie anche all’aiuto di Giovanni, e una quota di un immobile di nonno Umberto nel quale vive la sorella Caterina.
Ha i soldi in banca, seguiti dal compagno del liceo che nel frattempo ha fatto carriera come lui e un piano pensionistico integrativo in cui versa principalmente l’azienda. Il patrimonio c’è ed è consapevole che, prima o poi, sarà integrato da quello del padre che dovrà dividere con la sorella. Ma non cresce, quanto meno non con la stessa rapidità di quanto accaduto al padre.
Nonostante ne sappia di economia, Piergiorgio fa fatica a darsi una spiegazione credibile.
La risposta è tanto semplice quanto scomoda. Giovanni non si è arricchito grazie agli investimenti. Si è arricchito grazie a un sistema che non esiste più.
Quello che lui chiama buon senso non era buon senso: era vantaggio strutturale che Piergiorgio non ha (e che non avrà mai in tutta la sua vita!).
Come si arricchiva davvero Giovanni
Partiamo dall’inizio, perché questo è il punto che nessuno spiega mai chiaramente.
Giovanni non aveva una strategia finanziaria, non poteva averla perché non sapeva nemmeno cosa fosse la finanza dall’alto della sua terza media.
Aveva un contesto favorevole in cui il suo stipendio saliva ogni anno quasi automaticamente, grazie alla scala mobile: un meccanismo che adeguava i salari all’inflazione in modo quasi automatico.
Non doveva negoziare, non doveva cambiare azienda, non doveva fare carriera accelerata: i soldi arrivavano in più da soli.
Nel frattempo spendeva poco. Il consumismo di oggi non esisteva ancora, lui poi era cresciuto con i racconti della guerra ed aveva visto effettivamente le ristrettezze economiche da piccolo: cosa poteva mai fregargli del massaggio alla spa o della cucina vietnamita?
Chi come lui era cresciuto con la memoria della guerra o del dopoguerra metteva da parte quasi tutto quello che avanzava.
Quella liquidità finiva nel mattone, l’unica vera possibilità praticabile all’epoca: il mercato finanziario accessibile ai piccoli risparmiatori semplicemente non esisteva, le borse erano roba da speculatori, e il mattone era l’unica cosa concreta che Giovanni capiva.
Compri una casa, la metti in affitto a un operaio venuto su in Brianza dalla Sicilia e dopo un tot di anni il tuo investimento si è ripagato. In quegli anni il mattone saliva non per merito di Giovanni ma per ragioni esogene: una popolazione in crescita che comprava casa per la prima volta, un’inflazione alta che rivalutava automaticamente ogni asset reale, e una tolleranza fiscale sul nero che permetteva di trasformare liquidità non dichiarata in patrimonio legale senza troppe domande.
Giovanni non stava investendo: stava semplicemente esistendo dentro un sistema che trasformava il risparmio in ricchezza quasi automaticamente.
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Il mito del mattone
La casa in Liguria è bella. Quella di Ponte di Legno lo era anche di più. Giovanni le ha comprate quando costavano poco, le ha tenute per decenni, e nella sua testa si sono rivalutate moltissimo.
È convinto che il mattone sia la migliore forma di investimento esistente, lo dice a Piergiorgio ogni volta che può, specie quando in estate Piergiorgio manda i figli per due mesi ad Alassio praticamente gratis mentre i colleghi pagano migliaia di euro per i campus estivi organizzati dopo la scuola.
Quello che Giovanni non calcola mai, perché nessuno gliel’ha mai chiesto di farlo, è il rendimento reale.
L’appartamento di Ponte di Legno lo ha venduto per meno di quello che sperava. Anni di manutenzione, qualche ristrutturazione, le spese condominiali, le tasse sulla seconda casa, gli anni in cui non lo affittava perché la neve a volte scarseggiava.
Se fai i conti veri – quelli che nessun agente immobiliare ti aiuterà mai a fare – il rendimento reale di quegli immobili è spesso molto più basso di quello che sembra.
Ma all’epoca in cui Giovanni comprava, le condizioni erano diverse: non c’erano grandi agenzie che si prendevano il cinque per cento su ogni transazione.
La tassazione sugli immobili era blanda, il mercato cresceva perché la domanda cresceva strutturalmente, le famiglie avevano fame di prime case e di seconde case per le vacanze. In un’epoca di inflazione alta, qualsiasi asset reale si rivalutava quasi automaticamente. Accadde all’epoca in Italia, è successo in Cina, l’ho visto con i miei occhi recentemente in Kenya durante un mio viaggio che ho raccontato qui.
Quel contesto non esiste più: la popolazione italiana è in calo demografico strutturale e, ahinoi, irreversibile. I prezzi in termini reali, tolte le grandi città, sono fermi o in discesa da quindici anni.
I costi di transazione, fiscali e gestionali su un immobile oggi sono tutt’altra cosa rispetto agli anni Ottanta.
Il mattone non è diventato un cattivo investimento per forza ma ha smesso di essere il meccanismo automatico di arricchimento che era per Giovanni. Continuare a trattarlo come tale è uno degli errori più costosi che Piergiorgio possa fare, prima se ne renderà conto e meglio sarà per lui.
C’erano una volta i BTP e i buoni postali
“All’epoca i buoni postali davano il sei, il sette, l’otto per cento”. È vero. Giovanni lo dice con nostalgia, come se fosse la prova che una volta si stava meglio. Piergiorgio lo ripete con un pizzico d’invidia, specie quando pensa ai soldi che ha bruciato con le azioni di Tiscali durante la bolla delle dotcom.
Quello che Giovanni non dice – perché probabilmente non lo sa, o non ci ha mai pensato – è che negli anni Ottanta l’inflazione italiana viaggiava stabilmente in doppia cifra. Il rendimento reale di quei buoni postali, tolte le tasse e l’erosione del potere d’acquisto, era spesso piatto.
A volte persino negativo. Giovanni non si arricchiva con i BTP. Li usava come parcheggio sicuro mentre guadagnava altrove – sul lavoro, sul risparmio, sul mattone. Il rendimento nominale alto era un’illusione ottica creata dall’inflazione.
Oggi l’inflazione si è abbassata, i rendimenti nominali dei BTP sono risaliti negli ultimi anni, ed è tornata la fila agli sportelli.
Il Ministero dell’Economia ringrazia: ogni italiano che compra BTP sta finanziando direttamente un debito pubblico che cresce ogni anno – e che prima o poi qualcuno dovrà ripagare.
Giovanni ha ottant’anni, Piergiorgio ne ha 58, io ne devo ancora compiere 36, i figli di Piergiorgio vanno al liceo, i miei devono ancora nascere: indovina chi pagherà.
Piergiorgio ha i BTP in portafoglio. Sebbene non faccia figo dirlo, gli sembrano l’unica cosa sicura. Non importa che rendano la metà di quanto rendessero al padre, non fa niente che qualche #padresevero virtuale gli parli di diversificazione, decorrelazione o rischio paese. Sa solo che “sono sicuri”, che è esattamente quello che diceva Giovanni dei suoi buoni postali nel 1983.
Risparmio, risparmio, risparmio…
Giovanni risparmiava tanto, questo è vero. Risparmiava perché il sistema glielo rendeva facile.
Lo stipendio saliva con la scala mobile, il costo della vita era contenuto se comparato ad oggi.
Non esisteva ancora la pressione consumistica che oggi è ovunque – nei social, nelle pubblicità, nelle abitudini sociali.
Chi aveva vissuto il dopoguerra aveva ancora il riflesso del risparmio come valore primario, non come sacrificio.
Piergiorgio guadagna più di Giovanni a parità di età ma risparmia meno. I salari reali in Italia non crescono da trent’anni, mantenere due figli oggi costa il doppio di una volta.
I figli vogliono andare a scuola con le scarpe della New Balance, non si accontentano come lui dell’abbigliamento “no brand” comprato al negozio locale.
La pensione che riceverà Piergiorgio sarà molto meno generosa di quella del padre, e quindi deve mettere da parte di più per compensare (o deve sperare che qualcosa cambi. Spoiler: peggiorerà solamente!).
Piergiorgio riesce a fatica a mantenere lo status quo, figuriamoci se gli viene in mente di comprare un’altra casa al mare o di andare in vacanza in America o in Cina ogni estate.
La banca locale come riferimento fisso
Giovanni non ha mai cambiato banca in tutta la sua vita: c’è ancora con la stessa filiale dove ha aperto il conto a ventitré anni. Ha avuto anche il conto dell’azienda, finché è stata aperta, sempre presso la stessa filiale che, fortunatamente, non hanno ancora chiuso. Il direttore lo conosce. O meglio, lo conosceva perché negli ultimi anni ne sono già cambiati quattro.
Oggi Piergiorgio ha aperto conti in tutte le banche online, usa le app fintech e ride del padre che paga 5€ al mese solo per tener aperto il conto corrente. Ai tempi di Giovanni non c’era alternativa visibile: non potevi fare nessun confronto online, non avevi alcun broker indipendente accessibile, la trasparenza sui costi era inesistente. La banca proponeva, tu accettavi. E spesso quello che ti proponeva sembrava generoso perché il conto rendeva (meno dell’inflazione ma più di zero), il mutuo era accessibile (perché si ripagava da solo con l’inflazione che spingeva in alto il valore degli immobili e gli affitti), il direttore ti trattava bene.
Giovanni non sapeva neanche cosa fosse il conflitto di interesse strutturale che ha sempre caratterizzato questo mondo. La banca non lavorava per lui, nonostante il direttore amico. Lavorava per sé stessa, vendendo i prodotti su cui guadagnava di più. Ma siccome non c’era alternativa, e siccome i rendimenti nominali sembravano buoni, nessuno faceva domande scomode.
Oggi le alternative esistono: le gestioni bancarie italiane sono le più care al mondo secondo l’annuale rapporto di Morningstar, è tutto pubblico.
Esistono ETF che replicano l’economia mondiale a una frazione del costo di qualsiasi fondo attivo.
Esistono broker online regolamentati, consulenti indipendenti, piattaforme accessibili a chiunque abbia qualcosa da investire.
Eppure Piergiorgio è ancora con la stessa banca di suo padre, ha il “portafoglio bilanciato” che non capisce e ogni anno paga commissioni che non conosce su prodotti che non ha scelto davvero. Non è stupido, è rimasto fermo per inerzia, preso com’è dai vari problemi che un padre di famiglia è tenuto ad affrontare ogni giorno.
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Come erano belli gli anni Ottanta, eh?
C’è un capitolo che non si trova nei libri di storia economica, ma che chiunque abbia vissuto quegli anni capisce perfettamente.
Per decenni, una parte significativa della liquidità italiana circolava fuori dai registri ufficiali. Non era un fenomeno marginale ma strutturale, diffuso, e in buona misura tollerato.
L’Agenzia delle Entrate aveva mezzi limitati, i controlli erano sporadici e la cultura diffusa non stigmatizzava chi “aggiustava” le dichiarazioni.
Giovanni non era un criminale, ha lavorato in proprio per relativamente pochi anni e non ha certamente portato i soldi cash in Svizzera come tanti imprenditori più grandi della sua zona.
Però ha vissuto in quel sistema in cui il cash circolava più facilmente ad ogni livello e gonfiava qualsiasi cosa: dal garage dell’imprenditore brianzolo con la Ferrari fino alla busta paga “arrotondata” dell’ultimo degli operai venuti su dalla Sicilia.
Poi non serviva necessariamente attraversare il confine con la valigetta piena di contanti, la lavanderia era disponibile per tutti e si chiamava mattone. Il mattone è stato lo strumento di regolarizzazione per eccellenza: liquidità di provenienza varia che diventava un asset legale, rivalutabile, ereditabile, ipotecabile.
Quel meccanismo oggi non esiste più. La fatturazione elettronica obbligatoria, gli incroci automatici di dati, il monitoraggio fiscale hanno cambiato le regole in modo irreversibile.
Chi aveva costruito parte del proprio patrimonio su quel margine invisibile si è trovato in un mondo diverso senza averlo visto arrivare.
Giovanni ha 80 anni, ha smesso di lavorare quasi vent’anni fa.
Piergiorgio invece ha visto il mondo cambiare e oggi, nonostante un reddito nominalmente maggiore del padre, ha una disponibilità minore perché entra nel 43% di aliquota IRPEF.
Attenzione, questo non è un giudizio morale: è un dato di contesto. Ignorarlo significa non capire davvero perché il patrimonio di Giovanni vale quello che vale oggi, significa prendersi in giro e sperare che passi la nottata. Voglio essere chiaro: questa non è una fase transitoria, è la realtà in cui io e te viviamo.
Il conto che qualcuno sta pagando
Fin qui abbiamo smontato dei miti. Ma c’è una lettura più scomoda, e sarebbe disonesto non nominarla se hai avuto voglia di leggere fino a questo punto.
Quei vantaggi non sono semplicemente evaporati: in parte li ha pagati qualcun altro. Il debito pubblico italiano supera oggi i 2.900 miliardi di euro – oltre il 135% del PIL.
Ogni punto di quel debito rappresenta la spesa che generazioni precedenti hanno consumato scaricando il conto su quelle future.
Le pensioni che Giovanni percepisce – generose, indicizzate, erogate da un sistema retributivo che non esiste più per i lavoratori di oggi – sono finanziate in larga parte dai contributi di Piergiorgio, il cui stipendio viene stritolato dalle tasse.
Piergiorgio che riceverà molto meno, a parità di contribuzione.
E i figli di Piergiorgio – quelli al liceo oggi, quelli che tra dieci anni cercheranno lavoro, casa, stabilità – entrano in un mondo senza welfare adeguato, senza pensione dignitosa, con una pressione fiscale che non scende e un mercato immobiliare sempre meno accessibile. Quel conto è il conto degli anni di Giovanni.
Noi non dobbiamo giudicarlo, dobbiamo capirlo. Perché altrimenti siamo vittime del classico lamento italiano che becca tanti like sui social ma che poi non smuove di un centesimo la nostra situazione finanziaria.
Allora cosa fai, Piergiorgio?
Se hai cinquanta, cinquantacinque, sessant’anni, e hai costruito qualcosa – una casa, dei risparmi, un patrimonio che vorresti proteggere e un giorno trasferire – la domanda giusta non è “come faccio a guadagnare come mio padre?”.
Quella stagione è chiusa e non tornerà più. Quello in cui viviamo io e te è quello che chiamo l’età della complessità: un mondo in cui le scorciatoie di Giovanni non esistono più, e in cui fare le cose semplici di una volta produce risultati mediocri nel migliore dei casi, disastrosi nel peggiore.
La domanda giusta quindi non è “come faccio a guadagnare come mio padre?”
ma: come proteggo quello che ho – e cosa lascio a chi viene dopo di me?
Non con il mattone che si apprezza da solo, le case in provincia le comprano i pensionati stranieri a due spicci ormai.
Non con i BTP che, se hai seguito tutta la storia finora, hai capito che non battono in alcun modo l’inflazione. Non con gli investimenti suggeriti dalla banca che hanno il solo scopo di trasferire i soldi dalle tue tasche a quelle degli azionisti della banca stessa.
Quello che funzionava per Giovanni, mattone in primis, non funziona più. E quello che non funzionava già all’epoca – BTP, buoni alla posta, conti remunerati – è solo la testimonianza chiara che Giovanni si è arricchito nonostante i suoi investimenti, non grazie ad essi.
Piergiorgio oggi dovrebbe fare poche semplici cose.
1 – Ricognizione degli asset in suo possesso
Ogni immobile che rende meno del 6% va venduto il prima possibile. Lo so, è dura da accettare. Ci sono gli affetti, i ricordi, magari l’affitto che entra arrotonda lo stipendio. Ma al di sotto di questo rendimento il rapporto tra rischio e rendimento è sballato.
Poi ci sono i fondi della banca. 99% quei fondi (o le gestioni patrimoniali piene di fondi) costano almeno il 2,5% all’anno.
Mi sto mantenendo basso, ho visto anche cose che si aggirano sul 4%. Un portafoglio bilanciato, se va bene, rende tra il 6% e l’8% all’anno sul lungo periodo.
Lungo periodo non significa “l’anno scorso ho comprato un ETC sull’argento e mi sento Warren Buffett perché è salito”, significa che su 10 anni, gira e rigira, questo è il rendimento che ti puoi aspettare.
E sarebbe tantissimo se non fosse che la tua banca, ogni anno, ti porta via tra il 2,5% e il 4% senza che tu te ne accorga. A te resta, se va tutto bene, un misero 2-3% che pareggia a stento l’inflazione. Se Piergiorgio – e quelli come lui – continuano a regalare soldi alla banca non ci sarà alcun modo per far crescere il proprio patrimonio.
2 – Costruzione di un portafoglio ben fatto
Qualunque interlocutore che abbia a che fare con il mondo della finanza parla di portafoglio diversificato, mostra grafici e numeri. Piergiorgio deve fare poche domande:
- Quanto costa? Devono dare risposte chiare, scritte, non farfugliare frasi senza senso. Anzi, se farfugliano cose senza senso bisogna passare al prossimo interlocutore;
- In che modo viene remunerato il venditore? Chiunque sia il consulente o chi per esso, devono spiegare chiaramente da dove prendono i soldi per lavorare e in che misura. Se la risposta è vaga, passare avanti;
- Perché compriamo quello che compriamo? Anche qua non devono rispondere cose del tipo: “L’ha detto il gestore” oppure “Lasciami fare il mio lavoro”. Esattamente come il padre che capiva vagamente il mattone, Piergiorgio deve capire dove va a mettere i suoi soldi. Se non glielo spiegano bene, meglio non fare nulla;
- Qual è il rendimento atteso? Non devono essere ipotesi astratte, bisogna chiedere uno storico credibile.
Questa è solo la base di partenza, il discorso è un po’ lungo per essere approfondito in questa sede. Ho realizzato un video in cui spiego perché la stragrande maggioranza degli investimenti tradizionali arricchisce solo chi li propone e non l’investitore e spiego cosa devi fare tu per spostare quei soldi dalle tasche dei tuoi interlocutori alle tue.
3 – Revisione periodica del portafoglio
Uno-due volte l’anno, il portafoglio va ribilanciato e allineato in base agli scenari macroeconomici in corso.
Un paio di volte l’anno è più che sufficiente, se senti gente parlare di “revisioni mensili” è solo perché ti stanno vendendo una complessità inutile che vada a remunerare decine di migliaia di euro di commissioni (spesso occulte) che devi lasciargli sul piatto.
Cosa ci portiamo a casa?
Giovanni si è arricchito per una serie di ragioni che favorivano quel modo di fare. Oggi il mondo è cambiato e non tornerà mai più come prima. In un certo senso, possiamo dire che Giovanni ha i soldi nonostante i suoi investimenti e non grazie ad essi.
Piergiorgio vive in un mondo completamente diverso.
Le cose facili non funzionano perché il contesto è cambiato, per difendere davvero il patrimonio oggi bisogna raffinare le proprie scelte.
In questa mia riflessione ho cercato di aprirti gli occhi sul contesto: queste cose andrebbero spiegate a scuola ma nessuno, a livello istituzionale, si prende la responsabilità perché, come hai potuto toccare con mano seguendomi, quasi tutti (stato, banche, aziende) hanno qualche scheletro nell’armadio che è meglio non richiamare in causa.
Se vuoi capire come gestire al meglio il tuo patrimonio e passare alla pratica, qui trovi un video in cui ti spiego i prossimi passaggi da mettere a terra.
Chest’è…come amo dire!
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PS: per scrivere questo articolo ho tratto ispirazione da questa analisi di Frank Merenda che, partendo dallo stesso contesto, sviluppa un ragionamento applicato al business che ti consiglio di leggere se ti interessa il mondo dell’impresa.
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