Detassazione straordinari: Come Funziona la Tassazione dei Premi Produzione

Tassazione straordinari, tassazione premio di produzione, detassazione… Quanti di voi si saranno interrogati su questi argomenti?

La detassazione di straordinari e premi produttività è stata introdotta nel nostro ordinamento nel 2008, come misura una tantum, che è stata poi rinnovata praticamente ogni anno da leggi ad hoc.

È importante dunque capire, già in apertura, che si tratta di una misura che è soggetta a rinnovi e cambiamenti di aliquote anno per anno. Le informazioni che troverete in questa trattazione fa riferimento al periodo di imposta 2016.

L’attuale detassazione degli straordinari e dei premi di produttività, quella in vigore per il 2016, è stata introdotta con l’art. 1, al comma 182, della legge di stabilità, indicata con il numero progressivo 208 per l’anno 2015.

In via generale possiamo dire che prevede un’imposta sostitutiva del 10% per i premi di risultato e dunque di produttività, che vengono corrisposti in seguito ad aumenti di produttività, di redditività dell’impresa, di qualità del prodotto e del servizio, di efficienza nonché di innovazione.

È una disposizione che trova applicazione soltanto nel settore privato e che riguarda in modo esclusivo i lavoratori dipendenti, e soltanto quelli che per l’anno precedente, ovvero l’anno di imposta 2015, non abbiano fatto registrare redditi superiori ai 50.000 euro.

Una norma che è stata rinnovata praticamente ogni anno

Nonostante nelle intenzioni del legislatore sarebbe dovuta essere una norma una tantum, in realtà la detassazione dei premi produttività è stata rinnovata tutti gli anni, con eccezione del 2015, per mancanza di fondi.

Questo però non può voler dire che quanto riportiamo in queste pagine sia valido per i prossimi anni di imposta, in quanto la norma potrebbe essere non inserita tra le misure straordinarie del prossimo anno, oppure le aliquote potrebbero essere, come è già avvenuto in passato, sostituite.

Chi ha diritto alla detassazione?

Secondo la legge di Stabilità che abbiamo citato in apertura, la detassazione è dovuta soltanto al settore privato. Nello specifico hanno diritto all’accesso:

  • datori di lavoro e imprenditori
  • enti pubblici economici (EPE)
  • società di capitali, a prescindere dal fatto che siano di proprietà privata o pubblica
  • associazioni culturali, politiche e sindacali
  • associazioni di volontariato
  • studi professionali privati, che si tratti di studi individuali o di studi associati, a prescindere da quale sia la forma giuridica scelta
  • gli istituti autonomi case popolari, che sono stati trasformati su base regionale in enti pubblici economici EPE
  • consorzi industriali
  • consorzi di bonifica
  • gli enti morali di qualunque genere e specie
  • gli enti ecclesiastici

Ad essere invece esclusi dal novero dei soggetti destinatari della norma troviamo:

  • le amministrazioni dello stato, le scuole per ogni ordine e grado, le accademie e i conservatori
  • le aziende e le amministrazioni statali ad ordinamento autonomo
  • gli enti comunali, provinciali, regionali e statali, i loro consorzi, le eventuali associazioni
  • camere di commercio, industria e artigianato
  • enti pubblici di carattere non economico
  • il SSN
  • le agenzie statali

Su che tipo di reddito si può applicare l’imposta sostitutiva?

L’imposta sostitutiva è pari al 10% e ha un limite di importo complessivo di 2.000 euro lordi.

Può essere applicata soltanto sui premi di risultato, che vengono corrisposti in seguito a:

  • aumenti della produttività
  • aumenti della redditività
  • innovazione
  • aumento dell’efficienza

Inoltre l’imposta sostitutiva può essere applicata anche alle somme che vengono corrisposte mediante partecipazioni aziendali (stock option o altra forma).

L’imposta del 10%, limitatamente ai casi sopra citati e comunque entro il limite dei 2.000 euro lordi su base annua, va a sostituire il normale scaglione Irpef.

Quando il limite può essere portato a 2.500 euro

In un caso specifico il limite dei 2.000 euro può essere portato a 2.500 euro. È il caso delle aziende che prevedono la partecipazione paritetica dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

È un caso che in realtà riguarda pochissime realtà aziendali in Italia e deve essere considerato dunque come generale e vigente il limite di 2.000 euro.

Come si applica la detassazione?

La detassazione viene applicata in modo automatico. Il datore di lavoro dovrà applicarla a:

  • i dipendenti che sono stati in forza per tutto l’anno precedente, che non hanno però superato reddito di 50.000 euro
  • ai dipendenti che non sono stati in forza per tutto l’anno ma che comunque, sommando i redditi percepiti, non abbiano comunque superato i 50.000 euro

Per questo secondo caso è necessario invece che il lavoratore dipendente comunichi l’eventuale superamento della soglia al datore di lavoro, che non può essere ritenuto responsabile in caso di mancata comunicazione e di discrepanze.

Quando la detassazione non si applica in modo automatico

Per i casi invece riportati tra poco, la detassazione non va applicata automaticamente ma richiede da parte del dipendente la richiesta scritta:

  • nel caso di dipendenti che siano stati assunti nell’anno in corso
  • nel caso di dipendenti assunti l’anno precedente che non abbiano però conguaglio complessivo
  • nel caso di dipendenti part-time, che abbiano avuto altri rapporti di lavoro nell’anno precedente

Il beneficiario eventuale, in questo caso, dovrà attestare in forma scritta il reddito percepito l’anno precedente e consegnarlo al datore di lavoro.

Il lavoratore può rinunciare

In alcuni casi può essere conveniente per il dipendente rinunciare a questo tipo di agevolazione / detassazione.

È il caso tipico dei dipendenti che godono di regimi speciali che potrebbero azzerare la tassazione, oppure ovviamente quando il dipendente non voglia comunicare al datore di lavoro gli importi percepiti nell’anno precedente.

In questo caso è necessario comunicare in forma scritta al datore di lavoro la rinuncia alla detassazione in questione.

A chi conviene questa norma?

Praticamente a tutti, fatta eccezione per i casi riportati poco sopra, e in misura particolare per quei dipendenti che si trovano a pagare le aliquote più alte in virtù dell’appartenenza agli scaglioni di reddito superiori.

Si finisce per il ritrovarsi in busta paga circa 300 euro nel caso di appartenenza allo scaglione del 23% e nel caso di premio di produttività che sia almeno di 2.000 euro lordi, somma che è ovviamente destinata a salire nel caso di dipendenti che percepiscono remunerazioni più alte e che dunque pagano aliquote più alte.

Necessario il contratto aziendale o territoriale

Ai fini di rendere possibile l’applicazione della detassazione della produttività devono essere presenti dei contratti di carattere aziendale o territoriale, in ossequio inoltre ai criteri di misurazione che sono indicati dal Ministero del Lavoro, di cui all’articolo 15 D.Lgs. 15/06/2015.

Viene computato inoltre anche il periodo obbligatorio di congedo di maternità (dal 2017 si parlerà anche di congedo obbligatorio di paternità, ma questo dovrà essere valutato alla luce di un’eventuale rinnovo della detassazione degli straordinari e degli aumenti di produttività).

Una detassazione che colpisce anche lavoro straordinario e notturno

In chiusura è bene inoltre ricordare che la detassazione in questione riguarda anche gli aumenti di produttività che sono susseguenti ad un maggior numero di ore lavorate, oppure a lavoro svolto durante i turni notturni.

Sia i turni notturni che quelli aggiuntivi possono dunque essere oggetto della detassazione di cui abbiamo parlato nel corso della nostra guida, e quindi pagare imposta sostitutiva del 10% invece dello scaglione IRPEF di appartenenza.

Una norma che continua a far discutere

La norma in questione continua a far discutere, soprattutto in quanto l’applicazione più ovvia, frequente e comune sembrerebbe essere quella degli straordinari e del lavoro notturno, in un paese già colpito da percentuali di disoccupazione molto alte.

Sono in molti coloro che vedono in questa norma un incentivo al ricorso al lavoro straordinario, che diventa più conveniente per il dipendente e che dunque restringe lo spazio delle possibilità per l’assunzione di nuovo personale.

La norma potrebbe sicuramente indicare l’interesse, da parte del legislatore, a che i dipendenti già inquadrati scelgano di preferire lavoro aggiuntivo rispetto al tempo libero, forti del fatto che riusciranno a mettersi in tasca una fetta maggiore della retribuzione lorda ad essi destinata.

Che sia la scelta giusta per uscire dalla crisi? Senza addentrarci nello specifico della norma, che è frutto comunque di una valutazione politica che ha visto governi di entrambi gli schieramenti unanimi sul rinnovo della misura stessa, c’è sicuramente qualcosa di cui discutere a riguardo, dati gli effetti comunque miseri che la misura suddetta è riuscita a portare a casa.

Tra le righe c’è anche chi ha intravisto un invito da parte del Governo ad abbandonare la settimana lavorativa da 35 o 40 ore in favore di turni di lavoro più lunghi, in cambio di una mancetta (il 13% in più per i soggetti che si trovano nello scaglione IRPEF più basso).

mm
Fondatore di Affarimiei.biz nel 2014. Laureato in Giurisprudenza, da sempre divoratore di libri e divulgatore sul web in campo economico e finanziario. Principali passioni: business, finanza personale e investimenti.
Affari-Miei
mm
Fondatore di Affarimiei.biz nel 2014. Laureato in Giurisprudenza, da sempre divoratore di libri e divulgatore sul web in campo economico e finanziario. Principali passioni: business, finanza personale e investimenti.

LASCIA UN COMMENTO