Ammortamento e calcolo avviamento: cos’è e come si calcola

Quando si fa partire una nuova attività commerciale, è importantissimo tenere i conti in regola sin da subito. Questo non solo per una questione di ordine personale e aziendale (le aziende di successo hanno tutte in comune una gestione dei “libri” davvero impeccabile), ma anche per una questione più squisitamente fiscale. Oggi parliamo dell’avviamento e di come deve essere calcolato; in aggiunta, ci occuperemo anche di indagare quelli che sono i trattamenti fiscali nel nostro ordinamento per quanto riguarda l’ammortamento di beni materiali e immateriali.

Guida all’avviamento: come si calcola?

Il calcolo dei costi di avviamento va iscritto in bilancio quando deriva da operazioni che hanno portato alla compravendita, che si tratti di immobili o di beni strutturali. In estrema sintesi, e senza pretesa di essere esaustivi in questa materia, possiamo dire che l’avviamento viene calcolato tramite la differenza tra quanto abbiamo speso per acquistare l’azienda/il negozio o l’altra attività commerciale e il valore che invece il patrimonio aziendale ha. Si tratta dunque, in ottica di bilancio, di una mera differenza tra quello che è l’attivo patrimoniale e quello che invece è il passivo.

Dalla differenza possono venir fuori sia somme che sono positive e dunque superiori allo zero, sia somme che invece sono negative e quindi inferiori allo zero.

Il badwill

Quando parliamo di badwill ci riferiamo in realtà ad un termine che è molto popolare nei Paesi di lingua anglosassone. È un avviamento di carattere negativo, nel senso che quanto abbiamo speso è più di quanto poi varrà, in modo effettivo, il nostro patrimonio netto.

Avviamento commerciale: il calcolo dell’Agenzia delle Entrate

Si possono certamente comprendere i motivi che hanno portato all’automatizzazione di diversi calcoli dell’Agenzia delle Entrate, che però purtroppo ci lasciano spesso in condizioni di dover pagare di più di quanto sarebbe dovuto.

L’Agenzia delle Entrate, con una formula standard, calcola un valore minimo che secondo le determinazioni dei suoi specialisti dovrebbe valere l’avviamento. In caso contrario procederà, così come riportato dal DPR 31/07/1996 a sanzionarvi per la differenza delle imposte di registro. Il valore dell’avviamento, come riportato da suddetto decreto, è infatti calcolato secondo gli elementi che vengono desunti dai temibili studi di settore, includendo la percentuale di redditività sui ricavi accertati.

Si tratta di una formula piuttosto contorta, che sicuramente non vale la pena di analizzare, anche perché purtroppo non c’è molto che possiamo fare in questo senso: saranno infatti le determinazioni dell’Agenzia delle Entrate ad avere l’ultima parola. Si tratta di una situazione tutta italiana, che molti governi hanno promesso di cambiare ma che continua imperterrita ad ostacolare l’attività economica del nostro paese.

L’ammortamento di tipo civilistico: cosa scrivere in bilancio

Per quanto riguarda invece l’ammortamento di carattere civilistico, questo deve essere iscritto a quote assolutamente costanti per 5 anni. Vuol dire che per ogni anno iscriveremo a bilancio il 20% di quanto speso per l’avviamento. Si tratta di una misura che dunque permette di abbattere quello che è il risultato di esercizio, ma non tutto in una volta.

Si può anche cercare di sostenere un ammortamento fino a 20 anni. Va però motivato in nota integrativa, in quanto potrebbe andare a peggiorare il nostro outlook secondo i criteri di valutazione del bilancio dell’anno precedente.

Si tratta di un problema che esiste a livello bancario e di credito: quando si esce dal seminato della normalità, ovvero dall’ammortamento quinquennale, le banche in assenza di debita motivazione potrebbero chiedervi conto della vostra scelta: anticipatele con una nota integrativa.

L’ammortamento dell’avviamento di tipo fiscale

Ammortamento civile e fiscale seguono due trattamenti molto diversi. In ambito fiscale l’ammortamento viene infatti spalmato su un orizzonte temporale di ben 18 anni.

Potremo dunque dedurre dall’esercizio e dunque dalla base imponibile soltanto il 5,57%. Una scelta che le associazioni di imprenditori hanno sempre contestato, dato che le aziende si ritrovano a pagare spesso e volentieri tasse calcolate su una base imponibile che poi non corrisponde purtroppo a quanto indicato in bilancio, creando confusione e una sorta di anticipo nei confronti dell’Erario.

Cosa succede nel bilancio annuale?

In bilancio dunque, a patto di aver scelto un piano di rientro quinquennale, dovremo iscrivere una quota del 20% dei costi di avviamento.

Fiscalmente parlando avremo una variazione della base imponibile che è tra la quota che abbiamo iscritto (il 20%) e la quota riconosciuta dal fisco, ovvero il 5,57%. Si tratta di una discrepanza che però viene appianata nel corso dei 18 anni che vengono riconosciuti dal fisco per l’ammortamento dei costi di avviamento. Una modalità di azione particolarmente contorta, che secondo molti è stata pensata proprio per dare fiato alle casse di un erario estremamente in difficoltà.

Determinare il reddito di impresa: l’IRPEF e l’avviamento

Quando determiniamo il reddito di impresa, è possibile che sia realizzata una plusvalenza da avviamento, così come riportato dal DPR 22/12/1986, n. 917 all’articolo 54, terzo comma. Nel caso in cui l’acquisto di avviamento comporti una rendita vitalizia deve essere considerato a tutti gli effetti reddito aziendale e dunque andrà a costituire base imponibile alla fine del reddito IRPEF.

Si tratta di materie comunque tanto contorte (e in questo ha colpa sicuramente il legislatore) da richiedere, come sempre avviene nel nostro paese, il ricorso ad uno specialista, che individuata la natura e la misura dell’avviamento vi illustrerà il percorso di rientro più adatto alla vostra attività commerciale o impresa.





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